Diciassette designer giapponesi – Lagostina

Da “Diciassette designer giapponesi”
Testi di Andrea Nani su grafiche di Beppe Del Greco.

L’avvocato Lagostina si fece attendere. Un’ora, due. Due giorni. Una settimana. Due mesi. Niente. Eppure al telefono era stato chiaro: “Arrivo immediatamente”. Invece niente. Il fatto destò sospetti, oltre che delusione, amarezza e una crescente cupidigia nei confronti delle pendici vesuviane e delle sterminate campagne intorno Nocera, coltivate a pomidori.
Le edizioni della sera dei quotidiani provinciali recavano trafiletti con delitti. Ogni giorno che Dio mandava in terra – e che Manitù e Shiva si giocavano a backgammon – erano delitti, stupri, rapine, raggiri, nylon e rayon. Gli sponsor in questa baraonda non lesinavano: “Calze Maladonne. Gambe che rubano… Gambe che corrono”.
Grondava grana nelle casse. Tanta grana. Oh, così tanta che era più facile aprire conti che cuori. Le operazioni finanziarie andavano a gonfie vele. I chirurghi si fregavano le mani. Non si era mai vista così tanta grana come quella. Eppure c’era chi ordiva, chi tramava e chi imbastiva orli. Chi cuciva maglie e chi no. Ladruncoli facevano la loro parte piccola. I siderurghi quella grande. Grande. GRANDE. E sempre più pesante.
L’avvocato Lagostina fu un’incresciosa comparsa in quel giuoco, non fece neanche in tempo a comparire. Una voce al telefono. Niente più. Il giuoco grande, più di quanto si potesse immaginare, se lo portò via.
L’avvocato fu trovato in fondo a un trafiletto, sfigurato e indescrivibile ai minori, lettori irradiati dal sole mediterraneo, là dove i mitili spurgano, i copertoni svengono e gli occhi bruni di brune occhiute sudano, e nudano… là nella piana campana dove furono radiati ed esiliati i diciassette designer giapponesi.
Costoro, tutti e diciassette, ne avevano di immaginazione ma, gesucristo, le cose non avevano punto appigli, ergonomia zero. Zero! Non una presa, non un verso, non una via, nessuna scritta “Uscita”. No “Exit”. Piazza De Santis sarebbe stato il loro campo santo, il palazzo il mausoleo. La stanza 5, 4, 1 un’urna familiare.
Senonchè…

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3 commenti

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  1. stan,
    qua c’è un silanzio che par d’essere a casa mia – io e te ci rispondiamo a vicenda, ce le cantiamo, ce le suoniamo, e facciamo tutto ciò aggratis (tu non so, io sicuro).
    mo’ voglio essere pagata.
    l’ho detto.

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