Dino!

Me ne stavo seduto su di uno di nome Dino finché questi da sotto non mi disse: “E allora?”
Allora scesi. Non lo conoscevo, ma sentivo che lo chiamavano, in continuazione. Per questo vi salii, per smuoverlo, ma lui niente, finché non mi disse: “E allora?”. Allora scesi e lo lasciai carponi mentre da tutte le parti persisteva forte il richiamo: “Dino!”
Me ne andai preoccupato, non fu facile abbandonare quel campo di tensione.
Da lontano mi voltai e potei ancora vedere Dino carponi, le grida non si udivano, così Dino non sembrava resistere ad alcunché.
Improvvisamente l’albero poco distante, che con la sua chioma faceva ombra a Dino, si abbatté e cadendo su di lui, sulla sua schiena, fece un gran fracasso ma non abbastanza da coprire le urla che tornai a sentire forti e nitide nonostante la distanza: “DINO!”

Questo pezzo nasce dalla suggestione di una lettura: “Il crollo della Baliverna” un racconto di Buzzati.
Guidato dall’inconscio ho composto questa situazione in cui il narratore si preoccupa per un uomo, DIno che inspiegabilmente se ne sta carponi all’ombra e apparentemente protetto da un albero. Altri indistinti lontani si preoccupano senza intervenire, senza neanche avvicinarsi. Non sapendo come scuotere Dino, come svegliare Dino e raddrizzare tutta la situazione, il narratore prova una via non convenzionale, gli monta in groppa, assecondando così quella sua postura. Dino infatti interrompe il proprio immobilismo e parla. Ma è solo un cenno per disarcionare un fastidio.
Il narratore prova dunque il fastidio di essere reale e allo stesso tempo ignorato dagli estranei che continuano a chiamare soltanto l’uomo carponi. Sicché egli si allontana da quella realtà che per quanto assurda è più reale di lui, e non fastidiosa ma preoccupante, tanto è vero che da lontano il coro grida “Dino”.
E quando il coro non si sente più perché il narratore è ormai lontano, ecco che l’albero apparentemente solidale, vicino, crolla senza preannuncio e senza che alcuna forza abbia compromesso la sua stabilità. Forse le voci insistenti? Forse l’insistenza di Dino a permanere nella sua posizione? Forse l’allontanamento e il fallimento del narratore nel suo goffo tentativo di smuovere la situazione? forse la combinazione di tutte e tre le non-azioni?
L’ultimo “Dino” gridato non è più un’esortazione ma un grido di spavento e insieme di liberazione dalla ipocrita preoccupazione e, per questo, una liberazione dei sensi di colpa, i quali, come scariche elettromagnetiche, vanno a colpire il narratore lontano. Questi, reale solo per la fisica e i suoi princìpi, riceve la scarica e continua a sopravvivere goffo, incapace di rimediare, e irreale per gli indistinti lontani, mentre Dino scompare sotto l’albero, forse ciò che voleva e che è riuscito a ottenere con la sua caparbietà.
Forse succede tutto per caso e ad esso si cerca di associare delle ragioni.
Mentre forse è la colpa, la sua forza che fa cadere gli alberi.

Annunci
Pubblicato in 0000.

2 commenti

Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...