– Mi sfiori con la tua poesia.
– Sì.
– Mi righi il cuore.
– Sì.
– Thomas.
– Sì.
– MI hai rigato il cuore.
– Sì.
– Ma porca puttana.
– Eh.
– Mi hai rigato il cuore con la tua cazzo di poesia!
– Scusa.
– Ma scusa un cazzo. Ma vai in galera te e la poesia. Ma guarda qua. Mi ha rigato il cuore, ‘sto cretino d’un poeta deficiente.

Annunci

– Il grano, il grano le corse nel grano e lei
il contadino non sapeva i nostri amori
e di lei mi ricordo, dei sandali suoi
quanti sandali persi fra il grano
lei correva, il seno nudo e lei
– Scusi, lei.
– Lei, lei leiiii…
– Senta, guardi che abbiamo appena concimato.
– Leeeeeeeeeeeiiiiiiiiii…
– Le spruzzo addosso il verderame? O si leva dal mio campo?
– Mi scusi. Sa. Quanti ricordi…
– Ma vada, vada via.
– … …. LLLLLLLEEEEeeeeeeeeeeeeeiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!

Ho messo un sitar al posto del citofono e mi vengono in casa foresti curiosi.
Suoniamo tutto il giorno cose curiose finché non si popolano i balconi del vicinato.
Allora ci fermiamo per un tè.
Curioso no?

Me ne stavo seduto su di uno di nome Dino finché questi da sotto non mi disse: “E allora?”
Allora scesi. Non lo conoscevo, ma sentivo che lo chiamavano, in continuazione. Per questo vi salii, per smuoverlo, ma lui niente, finché non mi disse: “E allora?”. Allora scesi e lo lasciai carponi mentre da tutte le parti persisteva forte il richiamo: “Dino!”
Me ne andai preoccupato, non fu facile abbandonare quel campo di tensione.
Da lontano mi voltai e potei ancora vedere Dino carponi, le grida non si udivano, così Dino non sembrava resistere ad alcunché.
Improvvisamente l’albero poco distante, che con la sua chioma faceva ombra a Dino, si abbatté e cadendo su di lui, sulla sua schiena, fece un gran fracasso ma non abbastanza da coprire le urla che tornai a sentire forti e nitide nonostante la distanza: “DINO!”

Questo pezzo nasce dalla suggestione di una lettura: “Il crollo della Baliverna” un racconto di Buzzati.
Guidato dall’inconscio ho composto questa situazione in cui il narratore si preoccupa per un uomo, DIno che inspiegabilmente se ne sta carponi all’ombra e apparentemente protetto da un albero. Altri indistinti lontani si preoccupano senza intervenire, senza neanche avvicinarsi. Non sapendo come scuotere Dino, come svegliare Dino e raddrizzare tutta la situazione, il narratore prova una via non convenzionale, gli monta in groppa, assecondando così quella sua postura. Dino infatti interrompe il proprio immobilismo e parla. Ma è solo un cenno per disarcionare un fastidio.
Il narratore prova dunque il fastidio di essere reale e allo stesso tempo ignorato dagli estranei che continuano a chiamare soltanto l’uomo carponi. Sicché egli si allontana da quella realtà che per quanto assurda è più reale di lui, e non fastidiosa ma preoccupante, tanto è vero che da lontano il coro grida “Dino”.
E quando il coro non si sente più perché il narratore è ormai lontano, ecco che l’albero apparentemente solidale, vicino, crolla senza preannuncio e senza che alcuna forza abbia compromesso la sua stabilità. Forse le voci insistenti? Forse l’insistenza di Dino a permanere nella sua posizione? Forse l’allontanamento e il fallimento del narratore nel suo goffo tentativo di smuovere la situazione? forse la combinazione di tutte e tre le non-azioni?
L’ultimo “Dino” gridato non è più un’esortazione ma un grido di spavento e insieme di liberazione dalla ipocrita preoccupazione e, per questo, una liberazione dei sensi di colpa, i quali, come scariche elettromagnetiche, vanno a colpire il narratore lontano. Questi, reale solo per la fisica e i suoi princìpi, riceve la scarica e continua a sopravvivere goffo, incapace di rimediare, e irreale per gli indistinti lontani, mentre Dino scompare sotto l’albero, forse ciò che voleva e che è riuscito a ottenere con la sua caparbietà.
Forse succede tutto per caso e ad esso si cerca di associare delle ragioni.
Mentre forse è la colpa, la sua forza che fa cadere gli alberi.

Una volta avevo un io. A Schio. Avevo anche una casa. Sempre a Schio. Avevo una moglie. Un buono stipendio. Dei coffee table book, belle teiere, bei servizi, sigari, portasigari, candelabri, portariviste, un tv color, e poi due.
Sicché le cose andarono come andarono, finché precipitarono.
Sicché l’io si fece in quattro, si difese bene ma non andò.
Mi rimase uno psichiatra. E tanta liquirizia. Tanta tanta.
E quattromila e rotte risposte, che non ho ancora finito di leggere. Sicché.
Ho la lingua nera. Naturalmente, per via della liquirizia. Oh, non ti parlo della pressione che essa esercita su di me. Ma noi “io” siamo in quattro e ci difendiamo bene. Come si dice: “ ad ogni pressione ne corrispondono almeno quattro uguali e contrarie.”
Lo psichiatra prova a mediare, a mettere un piede sulla soglia, a tenere aperta la porta, a fare corrente.
Tsk.
A Schio il mercato immobiliare si è fatto repellente. Non si vende una casa. Non si compra una casa neanche a pagarla oro. L’oro non c’è più.
Sicché finisco qui. Muoio qui. Improvviso un finale che finale non è.
Sarà anche la congiuntura. Però io adesso ti chiavo. E se non sarò io saranno gli altri tre.