– Tu non mi ami.
– No?
– Sei solo un testimonial di fiducia.
– Ah.

Annunci

– Beautiful uncle.
– Eh?
– Bella zio.

“James detto Gigi, di Cleveland. Di Nocera. Amava depistare. Infatti una sera andò che, tornando a piedi all’albergo in cui avrebbe alloggiato per tutto il fine settimana, e forse anche lunedì, a un incrocio, voltando in Viale Romagna s’arrestò. La nebbia di un dubbio gli ingrigì le meningi, più di quanto non lo fossero già. Immobile come una lucidatrice alla quale avessero tolto la corrente, dopo due istanti di fissità verso il fondo del viale, alzò le braccia, lentamente, strisciando le mani lungo i fianchi, sporgendo i gomiti dietro la schiena le fece arrivare all’altezza delle tasche del giaccone, ve le infilò. Cercò con le dita occhiute nel buio foderato, guardando fisso la fuga dei palazzi. Trovò due cose, forse tre. La prima: un biglietto perdente, nel senso di un aereo già partito, perso; la seconda: la chiave della stanza d’albergo; e, forse, la terza: un’idea lì per lì.”

– La felicità nella crisi. Si può essere felici e crisi? E se finisce la crisi? E se felici unici mentre tutti gli altri crisi? Quanto influenza la crisi nei felici? Quanto felici? Quale felici? Cosa felici? Felisi? Ferrisi? Crlici? Crifeci? Feccissi? Fricissi?

– Se prendi le uvette ti spiego tutto. Vedi, a quei tempi si sparava per sopravvivere. Sparavamo. Tutti. Chi non aveva un fucile soffriva. Rischiava. Ma poi qualcuno prima di lui moriva e così ecco il fucile. Ecco gli spari. E le probabilità di scamparla aumentavano. (Prendi anche le mandorle). Così anch’io sparavo, sicuro. Sparavo e centravo. Centravo e sopravvivevo. Poi alle docce eravamo tutti fieri. Non si parlava tanto ma si capiva: lo capivamo, che eravamo tutti fieri. C’era il Mister. Aveva un pene grande. E ci insegnava. Portava un orologio al pene, col cinturino d’acciaio, il quadrante grosso, verde, con le lancettone fluorescenti e fosforescenti, incandescenti. Diceva sempre col capo chino, “Questa è un’ora del cazzo per morire”. E non moriva mai. Era il Mister. Grande Mister. Ci ha insegnato tanto. La prima cosa che dovevamo imparare era leggere l’ora. Perché nei team è importante il tempo, la cognizione del tempo. È tutto sincronizzato, tutto. Al secondo. Chi arriva secondo muore.
– Forte. Mmmh… buone le mandorle.
– Prendi, prendi.

Sono un blogger, ho centoquarantun anni. Scrivo da quattromila. Bloggo di satira, di fashion, di ecologia, economia, politica, costume, tecnologie, pini; di comici, di celebrities, musica-cinema-libri, di food.
Ho trentatré mogli. Mai viste. Tutte bloggers. Tutte inattaccabili. Io mi difendo bene. Ma ci sono i giovani adesso. Io ho centoquarantun anni. Sono lì, lì.
I giovani mi alitano dietro. Io bloggo ancora tutto. Ancora tanto.
Non ho figli, che io sappia. Perché altrimenti ne bloggherei.
Bloggo di parents, di pesci, di teens, bulli, pomidori. Bloggo di salute, di amarene, di uvette. Di animali, rari, vivisezioni. Di versioni non ufficiali di tutto. Dal meteo al porno, allo schiavismo, alle guerre, alle elezioni, alle variazioni, al nylon, alle lobbies del burro.
Bloggo anche molto di criminalità organizzata, di scarpiere, comfort per l’auto e per la casa.
Insomma sono un blogger.
Ho una cistite ma non vi dico dove. Questo no. Magari un giorno lo bloggo.
Intanto ecco una pic di me con tic a Copacabana, insieme a Ric e Juan e Amerigo. Amerigo poco prima che lo assassinassimo. La pic è mossa. Per via del tic. E perché Amerigo stava scappando.
Bloggo di noir, torture e genocidi. E menta. E ogni tre mesi mi faccio fare una trasfusione. Altrimenti non sarei qui. I giovani alitano sul collo anche dei medici trasfusori. Ed è per questo che ho umidità nel sangue. E quelle che si vedono sulle braccia, sul dorso delle mani e delle dita non sono efelidi, è muffa. Ma bloggo. Bloggo! BLOGGO DI TUTTO!