I pazzi occupati

Interno giorno. In un appartamento con arredo originale metà Novecento, contaminato da presenze contemporanee hi-tech, un’affascinante donna che sfiora con naturale eleganza i sessant’anni è seduta ampiamente comoda sul suo divano. Indossa una maglia a girocollo di cachemire panna, collana e bracciali d’oro, gonna di lana fumo di Londra, collant carne, scarpe nere con laccio, tacco basso. Un uomo discreto, con un modo molto professionale, quasi languido, ma un languido professionale, la intervista.
– Molto bene, la troupe è pronta, siamo stati molto attenti alla sua casa, alle sue cose. Possiamo incominciare. L’operatore sta già riprendendo. Intanto la ringrazio ancora per la sua disponibilità, mi rendo conto che il nostro canale, la nostra trasmissione, in particolare, susciti più di una perplessità tra il pubblico, creando talvolta accese polemiche come, avrà sentito recentemente, tra i rappresentanti dei cronici disoccupati, gli occupati ancora per poco, e questa nuova generazione, possiamo dire addirittura nuova specie, o mutazione, di lavoratori: i pazzi occupati.
– Sì.
– E dunque. Iniziamo. Lei è?
– Ingegnere. Ingegnere nucleare. Lavoro al centro di ricerche governativo, dipartimento energia.
– Che incarico svolge?
– Sono vice direttore.
– Complimenti. Deve essersi impegnata duramente e studiato tanto per avere le competenze e un incarico così di responsabilità.
– Sì, ho studiato tanto.
La donna leggermente tesa, ha acconsentito all’intervista dopo essersi accertata che non le avrebbe procurato problemi nella sua vita privata, con il governo, con il suo lavoro ma non si sa mai.
– A che età ha cominciato a studiare sul serio, voglio dire, immagino la vocazione, il talento, l’ambizione, insomma devono esserci state delle avvisaglie già in età precoce.
– Da bambina, infatti. Ho imparato presto a giocare con i numeri, ho scoperto le operazioni aritmetiche da sola, si può dire. Mi piaceva contare.
– Che tipo di rapporti aveva con le sue coetanee. Si sentiva a suo agio? Facevate dei giochi insieme oppure passava tutto il tempo da sola, preferendo magari lo studio.
– No, avevo delle compagne di gioco, avevo dei buoni rapporti anche a scuola, ma non ricordo ci fosse qualcuno di importante, un’amica del cuore, come si dice. Il mio talento poi non era così notato. Allora era tutto molto semplice e anch’io, come del resto anche oggi, ero una bambina semplice.
– Ma qualcuno poi se n’è accorto.
– È successo al primo anno di liceo.
– Ascoltava già la musica pop?
– C’era la radio, i Juke-Box, qualche televisione, non si poteva fare a meno di sentire. Capitava anche di vedere dei gruppi suonare nei locali. Saltavano fuori, occupavano una parete, avevano delle chitarre enormi, erano come pesci in un acquario. Sì, davano questa impressione: di stare in un acquario. Noi si ballava, era divertente. All’inizio era diverso, non c’era tutto questo bisogno di. Era divertente.
– Poi cos’è successo?
– Ci hanno fatto delle proposte, hanno cominciato a fare delle proposte a tutte. Erano.
– Che tipo di proposte?
– Erano interessanti, abbiamo accettato praticamente tutte, non ne era rimasta una che non volesse fare la – almeno che io sappia, ma è andata sicuramente così.
– Può spiegare meglio?
– Le groupie. Ci pagavano per fare le groupie. Non è che ci dessero soldi veri e propri ma avevamo tutti gli ingressi gratuiti e qualche consumazione; vestiti, a volte, per le trasmissioni speciali o nei concerti importanti con la televisione e tutto. Era una cosa seria, abbiamo fatto una specie di corso e poi un tirocinio. Alla fine decidevano se andavi bene oppure no.
– E lei? Come è andata?
– Bene, ho fatto due anni, mi hanno usata molto, ero bravina. Sono stata a tanti di quei concerti e programmi tv.
“Ma eravamo così tante. Ci preparavano in una palestra che mi sembrava enorme. C’era un istruttore diverso a seconda del gruppo o del cantante che andavamo a sentire. Per i Beatles c’era Mr. Dave, uno piccolo e rotondetto. Aveva sempre una camicia bianca con i gemelli, e i pantaloni a vita molto alta. Si muoveva tantissimo, sudava molto ma non l’ho mai visto rimboccarsi le maniche. Le teneva sigillate ai polsi con quei gemelli e in certi periodi dell’estate le assicuro che faceva davvero caldo lì dentro. Giravano delle voci che avesse le braccia deturpate o dei tatuaggi compromettenti. Ogni tanto mostrava un piglio militaresco. Tuttavia era quasi sempre gentile anche se molto intransigente.
“Quando si fermava e ci guardava sentivamo i nostri respiri, il sudore colarci addosso e la colpa di qualcosa. Ci metteva profondamente a disagio e tutta quella cosa pareva una macchinosa forma di punizione. Ma durava pochissimo e non so quante di noi lo potessero capire fino in fondo.
– Lei però aveva talento.
– Sì, deve essere stato per quello, forse è una cosa che sentivo solo io.
– Ci può raccontare come funzionavano quelle… esercitazioni?
– Ha detto bene, assomigliavano a delle esercitazioni o a schemi d’azione di un qualche sport di squadra. Provavamo sui brani che sarebbero stati eseguiti al concerto. Era tutto preparato fin nel minimo dettaglio: dalle posizioni – che seguivano una precisa geometria in funzione delle telecamere e della coreografia sul palco – ai movimenti singoli e d’insieme, alle urla e agli svenimenti, ai pianti. Tutto.
– Si può dire che anche il vostro era uno spettacolo.
– Assolutamente. C’erano delle volte che eravamo così affiatate, così brave, così pop che ci convincevamo di essere noi il vero spettacolo, che i gruppi venissero per vedere noi e invece di applaudire suonavano.
– È piuttosto paradossale non trova?
– In un certo senso sì.
– E si ricorda come faceva? Può rifarci qualcosa? Quello che le veniva meglio, una scena di allora.
– Oddio, sì. Così, con i pugni chiusi e vicini, davanti al petto, i pollici all’esterno, come tenendo maldestramente della sabbia che scivoli tra le dita. I gomiti uniti in basso, alla bocca dello stomaco. Lo sguardo supplichevole. Per lacrimare avevamo delle cose da mettere, delle specie di pomate da spalmare appena sopra gli zigomi.
– E poi?
– Poi si gridava.
– Può farci sentire?
– EEEEEEEEEEEEAAAAAAAAAAAAAAAAAhhhhhh.
– Stupefacente.
– C’erano anche quelli, sì.
– La ringrazio. È stata molto cortese a ospitarci e a raccontarci di lei.

“E ora, poiché i pazzi occupati si stanno dando un gran da fare, e la loro mutazione genetica pare essere non solo inarrestabile, ma sembra stia contagiando financo la macro e microeconomia, tutte le professioni, i mestieri più tradizionali, e ogni campo della sfera sociale, perfino la politica geografia mondiale… ecco che abbiamo intervistato il Dottor Wow, star del bio-design, nel suo studio di Pasadena, gioiello di architettura mutata, deliziosamente incastonato nelle preziose, dolci colline di Forlì.
“Dottor Wow buonasera, grazie di averci concesso questa esclusiva intervista.
– Buonasera, sarà più che altro un monologo.
– Ma certamente.
– Io faccio interior design. Progetto reni. Fegatini, animelle, cuoricini. Ma soprattutto reni.
“Lavoro molto con i materiali: resine, quarzo, pitone, ardesia, ulivo.
“Ho fatto una serie di reni in ulivo e quarzo molto interessante, con intarsi, scanalature, rivoli, grate, un sistema di filtri che fa molto riferimento alla tradizione giapponese e alla Philip Morris. Sono filtri da gara, da competizione. Ffffhhhhhhhhhh.
“Forma/funzione/materiali. Reni. Faccio anche stomaci in bachelite e Goretex. Trovo molto interessante, ma anche molto affascinante, il nero lucido autarchico della bachelite che dialoga con il materiale impermeabile, elastico, molto resistente, scanalato e drenante del Goretex. In un sistema di irrigazione dei succhi gastrici che fa molto riferimento alla tradizione, persiana.
“Ho fatto anche degli studi con mosaici ma vengono via le tessere e mi va in gastrite cronica il cliente. Ma molto affascinanti. Tessere. Mosaici… Gastrite… E quindi niente.
“Ebbene, le voglio citare il caso di una signora di Orvieto, Orvieto Wisconsin, che venne da me col proposito dei reni di design che aveva visto su internet. Le mostro il catalogo – un prezioso catalogo in porfido e papiro che mi ha fatto un graphic designer di San Severo, che ama molto i materiali anche lui –, giro le pagine e vedo che le piace molto una coppia di reni della serie Panorama in oro bianco e avena, con lesene in bambù.
Infatti mi indica la coppia Panorama 41 e mi dice: – Questi.
Dico: – Mi perdoni, ma quanti anni ha?
– Ventisei a novembre.
– Beve? Intendo dire, in modo smodato? È alcolizzata? – dice – No, amo molto il tamarindo ma da qui a dire che sono alcolizzata.
“E fa per schiaffeggiarmi. Allora la fermo e le spiego che quel modello è stato creato – perché l’interior designer non progetta, crea – per le signore tra i sessantaquattro e gli ottantacinque, forti bevitrici e sedentarie. La signorina Fanzi, che è dinamica, comprende, gira le pagine e vede la serie Monopoli. Dolci, lucidi reni in balsa, lacca, mogano e Vetril e capisce che sono perfetti.
“Sicché fissiamo la coppia Monopoli 20, con motivi a mandorla e brevi mammelle a sbalzo.
“Morale: oggi con gli smart phone X, a raggi X, ti puoi fotografare i personal interiors che più sono di design e più li condividi su Facebook, Youtube, e tutti i social network che frequenti.
“Perché i mestieri, ciascuna professione non finisce in sé. Ognuna finisce dentro un’altra e tutto va in vacca in rete.
“Perché la rete rende liberi! Sì ma… dillo a un tonno.
– Grazie! Grazie davvero Dottor Wow! È proprio il caso di dirlo: Wow.

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