– Di’, ma è vero che a suonare le maracas ti prendi il morbo di parkinson?
– In alcuni casi, Freud ci scrisse un trattato.
– E lo scrisse male, con una grafia di merda. L’ho letto, quel trattato. In un primo momento pensavo fosse la biografia di Julio Iglesias, tanto era scritto male.

Il lazo volteggia per aria. Un cerchio di corda legato a una cima, stretta da mani che sanno bene il fatto loro. Le forme affascinanti che disegna il lazo nello spazio sono descritte da una funzione molto complicata ma non impossibile.
Il matematico tenta di spiegare al ballerino come fare. Un tecnico al lazo mostra l’esempio, cala il cerchio di corda in un lancio elegante intorno al vitello. Il volteggio si arresta in una morsa stretta che fa male al vitello. Il matematico conferma il risultato. Il ballerino ha preso appunti. Ora tocca a lui. Si prepara, si concentra, prende la rincorsa, si lancia. A mezzo giro urla: “Fratto più o meno infinito?”

Ovatta, mi trovo bene con te, ovatta. Sento tutto lontano, non provo dolore. Tutto sussurra, tutto è amabile. Come il fischio del treno, sordo e distante. Sono i suoi freni, così mi pare, ovatta. Vedo qualcosa negli occhi dei vicini, sorrido loro. Sorrido al loro panico perché io, ovatta, ho te tutt’intorno. E intorno, poco dopo, belle lamiere contorte.

– “Tango”, disse con voce argentina, “Tango 14”, e volò sul corso Buenos Aires.
– Bello. E poi?
– Volò da lei sui bastioni, la investì di parole, di parole e di taxi. E così, controversi, volarono e planarono – un grande boato, un clang di lamiere – nella gabbia dei tucani.
– Un clang argentino.
– Un clang argentino. Nello zoo di Milano. Era il millenovecentosettantadue.