Tatto da “Quando eravamo freaks”

Me ne andai appresso al mio amico che puntava dritto la fine della piazza, così deciso pareva volesse decollare da una portaerei. Ecco dove eravamo, ecco la grande mossa dall’eroe quale era il mio amico John: stava prendendo il volo per abbattersi, con il fegato di un soldato semplice audace, sull’esercito maligno e nemico e orribile e grande e feroce e. Raggiunsi Giannetto appena questi si trovò a un passo dal piccolo abisso, dalla fine della pietra, dal principio dell’acqua popolata da lucide piccole barche di taglio antico. Era un altro viaggio che avremmo fatto ancora una volta insieme, io e il mio amico John. Ma quello era solo un mio viaggio, un mio film.
Stavo giusto prendendo questa serena consapevolezza quando un urto da dietro le spalle mi sbilanciò in avanti. Percepii in un istante, contemporaneamente, la materia, la massa, il caldo, la vibrazione e il ghigno della malevolenza. Infatti. Si trattava degli dei e degli eroi non rassegnati alla mancata battaglia, alla mancata vittoria. Preferendo soggiacere alla propria vigliaccheria travestita da dominante mai secondo – figuriamoci terzo o ultimo –, Valerio e i suoi Enea, Eros, e c’erano forse anche un Massimo e un Donato ma più che altro dei gregari di secondo ordine, questi ci sorpresero e ci spinsero uno contro l’altro come patetici birilli. Lo chiamavano il bowling un gioco idiota che in quella stagione era di moda nei lunghi corridoi del liceo. In verità, allora, andavano tutti pazzi per il bowling, quello vero. Avevano aperto, più di sera che di giorno, le prime sale nelle buie periferie della grande città. Poiché raggiungibili solo con mezzi propri, questi nuovi posti erano una succulenta attrazione soprattutto per la generazione di neo maggiorenni, i più ricettivi all’import che veniva dall’Ovest, più indipendenti negli spostamenti e non penalizzati dai severi coprifuoco che frustravano invece i fratelli minori, anche solo di un anno o due. A cascata, con il furore del contagio dalla nuova moda, e motivati forse dal rancore per non potere accedere ai nuovi templi del divertimento, della distruzione con un colpo solo, i fratelli minori, Valerio e i suoi, avevano inventato il bowling vivente o live bowling o tutti juing. Il gioco, come si può intuire, consisteva nel correre insieme, in due o più, serrati e accucciati a formare una sorta di palla, appunto, sfrecciare lungo il corridoio e buttare in terra il maggior numero di ragazzi in una sola corsa, o raid, come piaceva chiamarlo. Da notare che i corridoi scelti nel gigantesco castello dei supplizi che era il nostro liceo, erano quelli sui quali si affacciavano le prime e seconde classi, frequentate da inermi e sprovveduti esili, ancora incapaci di niente. Col culo per terra non si poteva far altro che rialzarsi, darsi una spolverata e far finta di ridere. Chi si divertiva naturalmente erano i Valerio, gli eroi, gli dei.
Che io sappia quel gioco non era mai stato esportato, Venezia fu il teatro della sua prima trasferta, Giannetto e io i primi birilli a cadere fuori sede, lontano, proprio là dove le illusioni della gente di pianura vanno a finire in mare. E noi ci finimmo. Io per un pelo, ma Giannetto…
Splash. “Ohhh.” “Ma siete matti?” “Guardalo! Guarda!” “Ma deficienti!” “Ah ahahah!” “Non sa nuotare!” “La gondola va a fondo!” “Cazzo, tiriamolo su”. “Via, via” “Arriva il prof.”
Ma che avevano fatto? L’avevano fatto. L’avevano buttato in acqua. Così. E io, pure asciutto, affogavo insieme a lui, lo guardavo, lui nero nel nero liquido, tra il nero del legno di barche, e allora, per non morire annegato anch’io, improvvisai qualcosa. Prima gridai “Teste di cazzo” e poi mi lanciai senza alcun rispetto sulla gondola lì davanti, anche lei gongolante. Rideva. Molti ridevano. Qualcuna, qualcuno, invece, si stava spaventando: il prof stava arrivando. E la mano del mio amico cercava qualcosa, cercava, cercava qualcosa che potevo esser io, e così lo afferrai.
“Glab-hanf … blb … haaaanf” “Tirati su, ti tiro su. Tirati su.”
“Cos’è successo?” Il prof finalmente era arrivato. “Siete impazziti? Cos’è successo?” “È caduto.” “È finito in acqua” “Scivolato”
“Anf, anf, anf anf blb” “Coraggio Jolly che ce l’hai fatta”
L’avevo tirato in gondola, era uno straccio cavato da un secchio, solo che aveva gli occhi e respirava, tentava di respirare e mi guardava. A qualche palmo dalla sponda eravamo in un frangente molto imbarazzante. Improvvisamente eravamo allo scoperto sul lato sbagliato del conflitto, proprio lì ci avevano buttato a tradimento: io che cercavo la guerra ma non sapevo quale, Giannetto che non sapeva cosa fosse una guerra. I nostri salti nell’iperspazio non ci avrebbero aiutato, eravamo una catasta d’arti e torsi fradici, umidi, e due teste confuse.
“Voi due! Venite subito fuori di lì!” Il prof, nemmeno lui ci avrebbe aiutato.
Con molto impaccio, al limite del ridicolo, riuscimmo ad approdare sulla pietra. Un semicerchio di compagni e compagne liceali ci attendeva, chi sorrideva, chi si spaventava, chi rideva scomposto. Giannetto, con i vestiti neri appiccicati al corpo più secco che magro, sembrava un cormorano incatramato, vittima di una demente marea di petrolio.
Dementi davanti a noi ridevano.
“Finitela voialtri!” Il prof cercava di mettere in riga la faccenda e darle velocemente un corso razionale e severo. “Ora voi due venite con me, in albergo, e vi asciugate. Poi telefoniamo ai vostri genitori.”
“Ciao mamma” “Ciao ciao, mamma e papà” “Ahah”
“Deficienti”
“Piantatela!”

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