Hanno scoperto dei recettori del gusto sui gomiti. Sentono le tovaglie, le briciole, gli amidi, le fibre di cotone contaminate da vini, sughi, olii, brodi. Anche dopo quattromila lavaggi.
I gomiti trovano finalmente il loro legittimo spazio sulla tovaglia.
Ora si apre tutta un’industria di servizi da tavola pensati per i gomiti, che alla prossima fiera mondiale del settore terrà banco.
Scomposta? Legittimamente scomposta.

Indagini, investigazioni, suspense, ma di crimini neanche l’ombra.
Paul Niente Detective è l’antimateria del noir, il buco nero in cui, attirati da una misteriosa, inspiegabilmente indescrivibile forza, precipitano tutti gli ingredienti delle detective stories.
Quello che non sparisce, state sicuri, è il sapore, e in questo molto fanno gli aromi soprannaturali della dispensa segreta di Stan e Caviglia: dialoghi 99% fondenti, soggetti alla tartare, neri amari, bianchi friulani ghiacciati.
6 storie i cui finali non sono aperti, sono rampe di lancio per tornare a raccontare agli umani cosa avete visto.
E assaporato.

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Fandonium Lectures

Ero a Nizza, sul Boulevard des Anglais quando improvvisamente mi metto a parlare inglese. Da solo. Correttamente. Si ferma un francese. Niente. Si ferma un tedesco. Niente. Si ferma un italiano e clack.
Swiiit, mhh, mmhh e meravigliosamente: clack!
Da quest’episodio nasce la lezione di oggi che comincia con un re francese. E il tempo. Il suo tempo. E l’amore. L’amore a tempo. Clack. La Francia, Parigi. Versailles. Dovete pensare che al momento dell’invenzione della pastiglia non c’erano gli antibiotici. Ma c’era la brocca. La mattina dove era stata lasciata la sera. La certezza. Il re. Ed è qui, in questo preciso momento storico che la narrazione fa clack!
Il re, quando tutto sta per crollare, furtivo (mentre la regina, sveglia, si infila in un taxi e va), il re, cazzone, decide trrrk di sgattaiolare con la borsa. Scassìna la cassaforte ssswit con la tata, una enorme tata, coloratissima, e questo spiega quanto fosse cazzone questo re di Francia che riesce a dare così nell’occhio che lo vedono fin da Trieste. E fugge nel 29.041. A cavallo. Pensate nel 29.041. Alle 2.
Nel cuore della notte incontra Philippe Leroy (che aveva appena finito di girare “Milano calibro 9”) con un’altra borsa e si scambiano occhiate, bevono dei bicchierini in una locanda meravigliosa, immaginate l’oste: “prego cosa bevete ohh mmhh aahh, mmh”, e si salutano. Ma non prima di essere andati all’ippodromo a giocare, a puntare all’ippodromo. Il re puntò metà della sua borsa su Varenne, Philippe Leroy puntò tutto sulla tata. Che disse no.
E difatto alle 7 di mattina del giorno dopo furono rispediti indietro. A Vigevano. Stranissimo. Con l’odio strisciante per il re intorno. Mmhh? Dopo 4 giorni arrivano in carrozza. Stremati. La carrozza senza sedili, bassa, senza ammortizzatori, ma bella, con i colori del Barcellona.
Ma giunto a Vigevano, solo (la tata l’aveva vinta definitivamente Philippe Leroy), il re scende dalla carrozza. Alla vista del biondo sbiancato del re, a tutti viene proibito di tingersi i capelli. In silenzio, swwwwuup due ali di vigevanesi striscianti, rancorosi, fanno passare e fanno le scarpe al re.
Ecco. Mentre leggevo la Francia, la geografia della Francia rivoluzionaria, a Nizza, sul Boulevard
razionale des anglais, il mondo, hhmmmhh! Dov’è la brocca. Ancora lì. Strano.
Ecco: il re. Il caos. La fine di un mondo. Clack.
Trrrrrrttttt. L’italiano che può fare la differenza, Clack. A Nizza come dovunque.

Il suo accento inglese gorgogliava affogando espressioni profonde e misteriose. Stentavo a credergli non perché non mi fidassi ma per quell’alone di mistero. Citava l’India in continuazione. A proposito della lana, della seta, dell’acrilico. Anche il fiato di malto non lo giudicavo del tutto un buon segno. Così verso le quattro con una scusa mi allontanai, raggiunsi un salone e telefonai a un taxi. Quando tornai di là molti degli invitati si erano radunati intorno al pianoforte. Le prime note accerchiate uscirono chiedendo permesso. Una volta aperto il varco Wagner fece irruzione e si impadronì di tutto. Il mio uomo era solo e incerto davanti al tavolo dei liquori. Una mano posata, le nocche sulla tovaglia, l’altra a piombo sul pavimento gli tendeva il braccio. Lo sguardo toccava le bottiglie come le mazzuole di uno xilofono. Ancora non si era arrestato che gli fui vicino e suggerii la soluzione:
– Bourbon.
– Lei crede? – rispose senza smettere di suonare con gli occhi.
– E poi una schizzatina di gin -, affondai con eleganza.
Wagner si mise a spintonarci quando il mio uomo si voltò e incrociò il mio sguardo.
– Le ho mai detto di Bombay? – Disse, ma non sembrava voler proprio cambiare discorso. Un altro dei suoi aneddoti legava Bombay al bourbon o al gin. Prima di continuare tossì, evocando del catarro che deglutì mentre pensava all’aggancio. E fu uno stacco d’orchestra: tirò su col naso rianimò il braccio morto sul fianco, afferrò una bottiglia di Sherry, svitò il tappo con il pollice di una mano mentre con l’altra, che mi era sembrata solo nocche, già reggeva elegante un bicchiere strappato al volo dal tavolo, versò e riposò la bottiglia. Wagner ora annuiva in silenzio ad occhi chiusi. Guardai il tappo lasciato sul campo immacolato. Lo giudicai un buon soldato che aveva fatto il suo dovere. Dal pianoforte scoppiò un applauso.
– La stanno chiamando, credo – disse facendo un cenno col capo.
Mi girai verso il pianoforte e vidi un uomo in uniforme farsi largo. Era il tassista. Sembrava nervoso, ma nessuno gli badava. Si stava avvicinando.
– Tornando a Bombay -, continuò il mio uomo, e bevve un sorso.
– Lasci andare -, dissi, – la chiamerò domattina.
Mi girai e andai incontro al tassista, gli impedii di parlare e mi feci seguire fuori. Faceva freddo ma soprattutto c’era silenzio e la cosa mi dava fastidio.
– Tu -, fece per dire finalmente l’uomo in uniforme che ora poteva mettere il naso fuori da quel travestimento.
– Non fiatare e portami a casa, Marcelo.
Il mio uomo, il mio vero uomo mi portò a casa.