ANDREA NANI *STAN* LIVE al Bonaventura!
Via Zumbini 6, Milano.
Sabato 5 aprile, dalle ore 22:00.
Con: Il Vangelo di Giudo, Turismo dentale, Il Golden Retriever, Ti amo

Ancora una volta ospite della Woody Gipsy Band.

Secondo me ci si diverte.

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– Piantala di essere sempre così rassicurante.
– Vuoi un cuscino? Ho chiuso in sala per via della corrente. Ti ho portato qualcosa da leggere. Ti tolgo un neo? Chiamo un oncologo?
– Ho detto piantala.
– Frutta? Ho preso delle noci. Ti faccio un uovo? Sodo.
– Non voglio che continui a rassicurarmi.
– Stai tranquilla, non attaccheranno mai. Sai quante albe ancora vedremo. Vuoi un altro cuscino?
– Piantala di rassicurarmi.
– Ti ho portato anche delle riviste. Ah, e un nuovo romanzo. Una bella storia. Molto…
– Rassicurante?
– Finisce bene, è molto bella.
– Ma io sto morendo, testa di cazzo, sto morendo, non voglio che mi rassicuri. E anche tu stai morendo, testa di cazzo. Anche tu. Solo che ci metti più di me.
– Ho chiuso anche con la chiave di sopra. Ti sistemo un po’ le coperte. Vado un attimo a vedere di là.
– Sei sempre stato lento. Uno lento.
– Di là è tutto a posto. Non vuoi più il cuscino? Te lo tolgo?
– Ma togliti tu.
– Te lo tolgo. Meglio. Meglio?
– E allora sai cosa ti dico? Vado anch’io a vedere di là. Ma non un attimo. Starò via un pezzo. Lo capisci? Per il resto della tua vita!
– Allora. Cercherò di sbrigarmi. Cara. Come meglio posso. Meglio.

Credibili i violini. Come mentono i violini. Pare tutto vero, non potrebbe essere altrimenti, dici, e piangi. E sorridi. Ti asciughi le lacrime nascosto, ricordi tua mamma, il sangue dei fratelli, il sapore degli amici, l’idea di un amore, sposa o figlia che sarà. E invece non è vero niente. I violini mentono come nessuna Dama della storia abbia mai saputo fare. Non è vero niente. Non è vero niente. Sono complici, i violini, dei più grandi crimini del cinema, comandati, io credo, da gente carnivora ma di razza pericolosamente, maledettamente astemia.

Samuele aveva una pizzeria, si chiamava Pizzeria Tritone, l’aveva aperta suo padre vent’anni prima e lui ci era cresciuto dentro, lievitato piano piano come una pasta di pane. Il menu, a pranzo e cena, per tutti gli anni della sua giovinezza aveva suggerito sempre e solo una dozzina di nomi come: Margherita, Napoli, Marinara, Capricciosa, Quattro stagioni, Funghi, Prosciutto, Prosciutto e funghi, Calzone e poche altre di cui non mi rammento più.
Per tutti gli anni della mia giovinezza la domenica sera si mangiava la pizza. Mio padre la prendeva dal padre di Samuele e la portava a casa che ancora scottava. Tra noi e il Tritone ci divideva solo una strada che era piuttosto trafficata, ci passavano tram e filovia, e tante auto che quando correvano sui lastroni di pavé facevano così rumore e vibrare da far tremare i vetri su fino al quarto piano. Ma la domenica sera la via dormiva, sempre attenta come un cane da guardia, è vero, dormiva con un occhio desto e ogni tanto, anche di notte, la si sentiva abbaiare: il latrato di un’Alfa Romeo, di una Citroen, di una Moto Guzzi.
Mi piaceva accompagnare mio padre nella Pizzeria Tritone. Quella sortita aveva sempre il fascino di una missione speciale e ci tenevo a comportarmi da buon soldato, guardare le spalle di papà, spianargli la strada, portare munizioni, perlustrare il territorio. Aldilà della linea di pietra solcata dal ferro, trafitta da lampioni, durante uno di questi assalti al fortino, mi ero già infilato tra i tavoli dalle grosse gambe di legno, tra gli angoli cascanti delle tovaglie, sul mare di piastrelle gialle cosparse di briciole, quando mi scontrai con Samuele. Era poco più grande di me d’età ma più piccolo di taglia. [continua… ]
E alla fine son morti tutti.