Johnny e Miriam

Stavo con Johnny a quel tempo. Sapeva lusingarmi come nessun altro. Allora c’erano soltanto zotici callosi, odorosi di terra e grasso, quel maledettissimo grasso con cui ci spalmavano le catene delle loro stramaledettissime biciclette. E se lo davano sui capelli. Ma che razza di gente. Ci ho vissuto, quanti saranno stati, cinque sei, chi lo sa, forse anche dieci anni.
Mi chiamavo Miriam quando tutte le altre si chiamavano Milena o Anna. Ma a Johnny non bastava e fu il primo a chiamarmi Baby. Fui la prima a essere chiamata Baby in quel boccone di pianura, villaggio tra i villaggi della grande pianura, sasso tra i sassi di quel grande letto verde, soffice, fertile, umido, ma sensuale come la rasposa cresta di un iguana.
A Johnny piaceva prendermi alle spalle, prendermi le spalle, diceva che avevo le spalle da cantante. Gli dicevo che i cantanti non cantano con le spalle. Mi diceva lascia fare, tu non sai niente dello spettacolo, tu stessa sei una meraviglia di spettacolo e non lo sai. Lo sai? Non lo so, Johnny, dimmelo tu, dimmi tutto tu. E Johnny me lo diceva, mi diceva tante cose e poi mi faceva tante cose. Mi chiamava Baby, mi portava via. E quei disgraziati in bicicletta venivano a vederci, a ridere, e poi sparlare, e inorridire le madri, e imbestialire i padri. Bestie. Bestie in bicicletta, unte, odorose di… di… bestie: cani, vacche, pelli, grasso per pelli, grasso per catene, per capelli e letame, oh sì, quanto letame in quel boccone di pianura. Johnny. Non siamo sopravvissuti. Non potevamo e siamo scivolati via.
Ma per forza. Con tutto quel grasso. Johnny io ti amavo.

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