Avevo una rosticceria
Era sotto casa mia
Ma non era mia
Era solo sotto casa mia
E non ci andavo mai.

Avevo una rosticceria
Troppo cara, per conto mio,
troppo luminosa così
odorosa di pietanze e di salotto
Da lei me ne guardavo bene.

Cucinavo da me
Frugalità, sì, ma roba da re
I pranzi per coerenza
Nella sala da pranzo, già,
Ma col riscontro d’aria

E tutto filava via
Senza un conto da saldare
Senza un pensiero in sospeso
Il massimo era un digestivo amaro
Ma senza rancore, a casa mia.

Poi vidi l’amore dietro la vetrina
Davanti alle quaglie, alle salse e l’escargot
Un amore sui quaranta eleganti
In’età da piercing e tattoo
Stivali, lacci, boa, cappottino in pied de poul

Nella mia rosticceria, proprio sotto casa mia
Entrai
Di tutti gli aromi di sughi, di fritti, di arrosti,
Il più grande esaltatore di sapidità fu lei
E lì il mio amore consumai.

– Altro? Chiese cordiale l’uomo bello col grembiule
– Basta così. Disse amabile la donna bella col cappotto
– Prenda ancora qualcosa, prenda me. Dissi arrendevole tra me e me
Nel silenzio che seguì i profumi facevano all’amore
Io mi accorsi di sapere di poco e così il mio amore finì lì

All’improvviso:
– Dica.
Mi disse il rosticciere in divisa
– Niente.
Risposi frugale con tanto di mantello
– Volevo una quaglia. Ma mi sa che la salto.

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