Tratto da “Quando eravamo freaks”

Mi sentivo un astronauta uscito dall’aereo spaziale in avaria per dare un’occhiata al guasto senza accorgermi che il guasto era al mio compagno rimasto chiuso dentro e mi venne il terrore che potesse ripartire senza di me, che mi lasciasse fuori. Così ce la misi tutta per dare una raddrizzata, spintonato anche da quella cosa che mi si era ficcata dietro la nuca e allora pescai dal mio giovane ma fresco repertorio: – A smile for a moment pliiiiiiis – Mi stampai in faccia un sorriso pazzesco cercando di inorridire le ragazzette, ammutolire i ragazzotti e riprendermi l’amico per dargli un’aggiustatina. Ma non potevo fare a meno di sentire il fascino, l’imbarazzo, l’orrore e il germe del disprezzo miscelarsi intorno a noi, nella manciata di metri quadri che occupavamo in quella fantastica piazza, noi piccola gente della provincia pianeggiante illusa dagli orizzonti che finiscono presto in mare o sbattono contro un muro di monti. Con i piedi nel pantano. Che fossero illusioni per tutti, si sarebbe capito anni più tardi. Allora Giannetto e io avevamo delle intuizioni, amabili shock, lampi affascinanti e imprevedibili e quel modo di surfare, di viaggiare nello spazio. E io, lì, lo vedevo chiaramente che Giannetto stava per schiantarsi con i ragazzotti, con le ragazzette, con Nicoletta. Il mio amico teneva in mano i suoi manoscritti e si era piantato come un palo.
– Ecco l’altro – Lo disse probabilmente Valerio, il capo claque, il più Valerio di tutti, perché subito il micro pubblico di ragazzette e di intrepidi attaccò a ridere, ebbe un comando che lo sollevò, gli consentì di ridere e celare dietro la smorfia della derisione un intimo divertimento. Io stavo prendendo confidenza con le risa e le domai, ero bravo. Meno bravo con le minacce e i pugni, ma ero ancora tanto incosciente da essere convinto che bastasse domare e cavalcare le risa per galoppare, galoppare via ed essere imprendibile. Volevo portare il mio amico con me, una volta tanto avrei guidato io ma quello non si voleva muovere. Cominciava a spaventarmi. E così mi toccò improvvisare forte. Vedevo i pezzetti di carta nel suo magro pugno che ormai tremava per la stretta prolungata e capii che mancava poco tempo, così declamai facendo da scudo al mio amico: – Facciamo la foto, la foto del ricordo, la foto di Venezia, così che mi ricordo. Smile plìs. Sma-ill-pliiis. Mettetevi vicini, così vi prendo tutti in una volta. Bravi. E adesso smile.

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