Baby sono ruzzolato per tutta l’infanzia con i miei pupazzi, tra l’erba, sul tappeto della cameretta, su e giù per il corridoio, ho frequentato piastrelle, parquet, moquette, scendiletto, e strofinacci buttati lì per una mezz’ora ad asciugare pozze. Ho ruzzolato sulla sabbia, sulla terra, sull’asfalto dei marciapiedi e delle strade deserte dei nuovi quartieri.
Ascoltavo le canzoni dei grandi per sbaglio, ascoltavo le canzoni dei nonni, dei padri, dei vicini di casa, per strada. Son venuto su così, a ruzzoloni e canzoni.
Tu non sai cos’era il bianco e nero. C’erano più colori nel bianco e nero di allora che nel maglione di un cieco all’alba dell’Ottantaquattro. O in una NVIDIA oggi.
Baby, quanto ho ruzzolato, quanti pupazzi mi sono lasciato dietro, senza un braccio, senza testa, senza tuta, ed eccomi qua. Parlo con te, ci provo ce la metto tutta, faccio un grande sforzo di memoria per ricordarmi come ti immaginavo, cerco di farmi una ragione di tutto e forse è qui che sbaglio ma baby tu ti accanisci con i risultati, vuoi dei risultati, vuoi dei risultati positivi, vuoi da me dei numeri, un conto, un conto aperto, aperto a tutto.
Senti che corrente? Io sto gelando, se cado m’infrango, non sono più un bambino, sono una specie di uomo, una specie di cosa, una specie animale.
Baby che si fa? Raccontarsi le cose serve sempre meno. Siamo in scadenza. Io sono in scadenza. Sono rimasto ancora vivo senza essere stato consumato.
Scado, baby. Scado. Finiscimi tu.

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