Luis non faceva che farneticare di Olimpiadi

Luis non faceva che farneticare di Olimpiadi. Passò un’estate così, Olimpiadi di qua, Olimpiadi di là medaglie, medaglie, oro, medaglie d’oro. Podio. Ma cosa gli passava nella testa? Da dove era cominciata quella fissazione? Un giorno lo vidi scimmiottare l’atleta alle parallele. Il gesto dell’atleta. Faceva delle mosse ridicole tanto più ridicole quanto più si mostrava serio. Fingeva l’esercizio, la concentrazione dell’atleta all’inizio dell’esercizio. Provava a saltare, a reggersi sulle braccia distese, rigide, contratte, perpendicolari, ma niente, atterrava con tanta pena dello spettatore quanto più orgoglio dimostrava nella conclusione, secondo lui perfetta, dell’esercizio. Ma quale esercizio, ma quale perfetto, ma quali Olimpiadi?
Una mattina era là che sventolava la racchetta da tennis fingendo di palleggiare contro un muro. Ma quale muro? Quale muro? Non c’era neanche il muro!
A pranzo mi disse “sto bruciando troppe calorie, sono sottopeso, sono preoccupato, rischio di uscire dalla categoria.” Allora gli dissi “Luis, con tutto il rispetto verso lo sport, non esiste categoria che non riconosca la tua statura, ancor prima del tuo peso. Vai tranquillo Luis.” Speravo di esaltarlo a tal punto che lasciasse perdere quella fissa della competizione, l’ambizione olimpionica ad esser grande, un uomo da podio. Mi guardò, si fermò proprio a cercare nei miei occhi un punto debole, “il” punto debole, mi stava sfidando. Gli dissi “mi stai sfinendo, Luis”. Storse le labbra, gli uscì un’espressione più volgare che spaventosa, mi disse “sei un perdente”, tirò su da terra un ramo senza fronde, un bastone fresco, ancora elastico e lo lanciò più lontano che poté mimando l’atleta al giavellotto. Il ramo disegnò una curva stupida, traballante e piuttosto misera, cadde a una mezza dozzina di metri ma per lui dovevano essere centinaia, alzò le braccia fissò il bastone, alzò gli occhi al cielo e si strappò una spalla. Il dolore lo premiò, fu la sua medaglia, la sua vittoria. Se ne andò torcendo il collo ogni quattro passi per guardarmi, rinnovando, anzi acuendo il dolore alla spalla, e a ogni sguardo moltiplicava la sua superiorità seppellendo la mia figura di disprezzo. Non mi restò che buttarmi nei sandwich, sulle olive, e ricapitolare. Dove sbagliavo? Dove continuavo a sbagliare? Perché non accettavo la competizione? Continuavo a perdere amici perché non competevo con loro. Perché non li schiacciavo, non li sopraffacevo, non li umiliavo, non li distruggevo, non li annientavo, non li vincevo, mai, neanche solo per un istante. Eppure sarebbe bastato un istante. Invece perdevo e così perdevo gli amici. Luis. Fu uno degli ultimi.

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