Lodi calling

È serendipity baby
Le tue gambe scoprono cose che non avresti detto.
È così.
I passi, i passi, neanche li cercavi,
Il tempo, il tempo, nemmeno lo sapevi
Le curve, le ombre,
le gambe, le mani,
gli arti e l’arte
di passare sopra le cose
così,
di scoprire le cose

Voli, ti volti
e scopri.
Che Lodi ha un Tamigi.
E Lodi ti chiama
Lodi sorvoli
E nel viaggio ti fermi
Le gambe nell’aria
E Lodi è un figlio
E tua madre è una danza.

[Alla bella ragazza di Lodi]

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Una nonna se ne va, un altro quasi secolo si stacca e cade. Lì di fianco c’è il burrone dove vanno giù le nonne, i nonni, i secoli. Ci sono milioni di secoli in un secolo. Poi si staccano e rotolano giù. Non fanno neanche l’humus. E noi dove rinasciamo ogni volta.
Un giorno sarò nonno. Io che ascoltavo i Righeira. Io che l’humus me l’hanno tolto quasi subito. Io che imitavo gli imitatori e adesso che lo so son finiti gli originali. E allora? Mi tocca fare l’originale.
Ma l’humus? Non c’è una banca dell’humus?
Sono un originale senza tanto credito. Senza la carta. Nonno, sì, ma senza neanche più i nipoti. I nipoti sono sul tablet. Io al massimo ho una sudata confidenza col bi det.
Dov’è l’humus? Dove si va per l’humus?

Mia sorella dice sempre: “pensa, quando ti farai il lifting sarai espressiva come un foglio Fabriano dentro un album Fabriano, dentro una confezione, nel cellophan, sullo scaffale, nel magazzino di una cartoleria chiusa, di domenica. E sarà sempre domenica. Perché, fai conto, che se si fa all’improvviso lunedi ti salta tutta la faccia.”

– Huston ti amo, passo.
– Avete quattro minuti, passo.
– Huston, ti amo.
– Avete capito, maledizione? Quattro minuti. Passo!
– Huston ti amo.
– Me ne frego. Tre minuti! Tre minuti da adesso.
– Huston, ti amo tanto, passo.
– Fanculo, stiamo per far saltare tutto. Decollate ora! Ripeto: decollate ORA! Passo.
– Huston…
– Fanculo Huston! Mi hai sentito?
– Huston, abbiamo un problema.
– Non abbiamo nessun cazzo di problema, venite via di lì o tra
– Huston ti lascio.

La piazza, i palazzi profumano di Francia, profumano di Vienna. Di cera di legno hanno l’odore i corrimano, le casette dei portieri, matriosche negli ingressi festosi. Sanno di Milano, sanno tante cose e se le tengono per loro. I palazzi sulle piazze di Milano. Quando passi gli odori dei palazzi sanno di segreti. Di segreti per bene. E non si muovono da lì. Girano, girano, girano, girano intorno, i palazzi sulle piazze di Milano.

Giannetto continuava a viaggiare lungo la sua traiettoria. Secondo il piano di volo, che ricalcolava in ogni istante, sarebbe dovuto giungere nell’orbita di Nicoletta da un momento all’altro. In effetti Nicoletta era proprio lì, a un passo dalla collisione. Io potevo vedere chiaramente il fascino e contemporaneamente l’imbarazzo crescergli intorno. Mi sentivo un astronauta uscito dall’aereo spaziale in avaria per dare un’occhiata al guasto senza accorgermi che il guasto era al mio compagno rimasto chiuso dentro e mi venne il terrore che potesse ripartire senza di me, che mi lasciasse fuori. Così ce la misi tutta per dare una raddrizzata, spintonato anche da quella cosa che mi si era ficcata dietro la nuca e così pescai dal mio giovane ma fresco repertorio: – A smile for a moment pliiiiiiis – Mi stampai in faccia un sorriso pazzesco cercando di inorridire le ragazzette, ammutolire i ragazzotti e riprendermi l’amico per dargli un’aggiustatina. Ma non potevo fare a meno di sentire il fascino, l’imbarazzo, l’orrore e il germe del disprezzo, miscelarsi intorno a noi nella manciata di metri quadri che occupavamo in quella fantastica piazza, noi piccola gente della provincia pianeggiante illusa dagli orizzonti che finiscono presto in mare o sbattono contro un muro di monti. Con i piedi nel pantano. Che fossero illusioni per tutti, si sarebbe capito anni più tardi. Allora Giannetto e io avevamo delle intuizioni, amabili shock, lampi affascinanti e imprevedibili e quel modo di surfare, di viaggiare nello spazio. E io, lì, lo vedevo chiaramente che Giannetto stava per schiantarsi con i ragazzotti, con le ragazzette, con Nicoletta. Il mio amico teneva in mano i foglietti manoscritti e si era piantato come un palo.