Il viadotto

– Si tratta ora di stabilire tutta la faccenda. Dall’inizio e, piano piano, fino alla fine. Se non muoio prima.
Allora: le cose stanno così. Siamo in una stanza, dobbiamo stabilire chi c’è, chi siamo. Dobbiamo stabilire cosa ci facciamo nella stanza e, se e come uscire.
– Vai.
– Io sono un ferroviere.
– Perché?
– Non lo so perché. Sono un ferroviere. Ex ferroviere. E devo capire molte cose, prima fra tutte perché non sono più un ferroviere.
– Poi?
– Poi naturalmente cosa ci faccio qui. Con te. Tu?
– Io sono una begonia. No non è vero, il fatto è che mi piacciono le begonie. Non lo so cosa sono. Sono un vecchio allenatore di pallone.
– Benissimo.
– Hai notato? Siamo in bianco e nero.
– È vero, chissà come mai. Eppure c’è tanta tecnologia qui intorno. Per esempio quella consolle, quel monitor. Joy-stick, cuffie, equalizzatori, amplificatori, l’orologio. È tutto digitale. C’è aria di Wi-fi.
– Eppure.
– D’accordo. Propongo di verificare se esiste un’uscita o più di una, se sono accessibili, che rischi corriamo a varcare la soglia, che opportunità perdiamo lasciando la stanza.
– Posso mettere un disco?
– Non mi fraintendere.
– No. Allora?
– Andiamo per di là. Di là mi sembra ci sia qualcosa. Sembra in effetti una maniglia. Luccica.
– C’è un’altra cosa.
– Sì?
– Non ci sono donne.
– Mmh. Già. Dovrebbe essere forse una buona ragione per andarcene.
– Tuttavia.
– Tuttavia?
– Qui non rischiamo di innamorarci. Di perderci, lasciarci, di illuderci, di piangerci, di odiarci e di riamarci e di nascerci.
– Nascerci? Cosa intendi? Io intanto mi siedo un pochino, tu spiegami questa cosa del “nascerci”.
– Non è semplice, ci proverò. Vedi, tanti anni fa, durante una trasferta (viaggiavamo in pullman) passammo lungo un viadotto, un’opera di ingegneria incredibile. Non avrei mai creduto che potesse realmente esistere una cosa del genere, che un uomo avesse potuto concepirla e che altri l’avessero davvero realizzata. Non fosse stato che ci stavamo passando sopra, non lo avrei mai creduto. Il fatto è che qualche chilometro prima, usciti da un tunnel vedemmo quel ponte in tutta la sua magnificenza, alto, lungo, dritto, a cavalcioni di una gola, stirarsi tra il dorso di un monte e un altro. I plinti sorti delle acque correnti di un fiume come le gambe bianche di una femmina così acerba e insieme così colma di succulenti promesse. Era la forma della forza, della precisione, dell’agilità, della vittoria, della donna in divenire. In pullman fece improvvisamente caldo, all’autista sembrò scivolare per un attimo il volante. Tutto vibrò, ma noi tutti uomini in pullman riprendemmo il controllo e andammo incontro al ponte. Misteriosamente felici.
Imboccammo l’ultimo tunnel prima di volare lungo il viadotto. Fu una lunga curva scavata nella roccia, un tragitto senza orizzonte che alimentava l’idea di un infinito, della perdita di una nascita e dell’abbraccio dell’opera, dell’uomo, della donna, del campionato, della coppa, della maglia, eravamo una squadra di pallone in fondo. In fondo in fondo al tunnel. Ma ecco che all’improvviso la curva finì in un semicerchio capovolto di luce e aria e luce. E ancora luce. Luce, e fummo sospesi a centinaia di metri, parevano. Eravamo nel cielo, in un tratto di cielo ed era tutto. Il paradiso in terra, il nirvana, il campionato, la coppa, la maglia. Mancava solo una donna.
– Ehi, voi due!
– Chi ha parlato?
– Da soli non contereste un cazzo. Cazzoni. Ma d’altra parte nemmeno io. E nemmeno la mia amica, qui. Dico bene Jessica?
– Dici bene, Alma. Sicché perché non ci calmiamo tutti?
– Sta bene, Alma e… Jessica? Alma e Jessica.
– Bravo l’allenatore di pallone.
– Allora, che facciamo?
– Propongo un viadotto come si deve. E si vede cosa c’entrano le femmine in tutta questa faccenda.
– Un viadotto mi sembra un buon inizio ma, si badi, non un attraversamento, non un segmento spurio, per quanto perfetto in sè. Un inizio! Oh, mi raccomando, teniamo in memoria tutto, non scordiamoci niente.
– D’accordo, si va. E non ci torniamo sopra più. Ora se vogliamo possiamo svestirci e metterci comodi.
– Ok.

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