Diamine se ti amavo. Ti amavo dalla mattina prima ancora di svegliarmi, ti amavo riflesso nel caffelatte, e poi ti amavo pieno di menta e schiuma e non potendo parlare ti amavo tra i denti. Sciacquare tutto non serviva, ti amavo nei jeans, nel maglione di nonna, quello con tutti i colori della fantascientifica gamma di nonna. Ti amavo sotto il basco, dentro il trench, con la cartella a tracolla. Ti amavo per strada, lungo i quattro marciapiedi fino alla fermata dell’autobus. Vestito strano ti amavo e pazienza se non c’era un gran posto per me sull’autobus, a scuola, nei corridoi, in classe. Ti amavo tantissimo. E pazienza se non c’eri. Io ti amavo. Diamine se ti amavo. Sentivo le canzoni e parlavano di te, guardavo i film, i telefilm e parlavano di te. Pioveva e t’amavo, c’era il sole e t’amavo, nevicava, m’ammalavo e a letto t’amavo. E non sapevo neanche chi eri, cos’eri, quando eri, dove. Quanto t’amavo. Poi sono morto per vent’anni.
Ora, aspetta, mi ricordo, non ho finito, no, e ti amo ancora e non so chi sei, cosa sei, quando sei e dove. Aspetta, aspetta, mi alzo dopo vent’anni, metto un disco e ti amo ancora.

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– Scusi è libero?
– Cosa.
– Il posto, qui, è libero?
– Sì, credo di sì, non lo so, prego.
– Grazie. Lei è libero?
– Sì, credo di sì, non lo so.
– Prega?
– Prego.
– Crede?
– Credo. Prego.
– Allora permette?
– Si.
– Grazie.
– Prego.

Roby aveva un ragazzo che suonava la chitarra. Andava a trovarlo il pomeriggio, attraversava quattro strade ed era là, al bordo del prato incassato tra file di palazzi sui tre lati, sul quarto uno sterrato in attesa dell’asfalto. Due, tre cataste di tubi snelli incatramati, posati come cannucce sul banco del bar dei giganti, anche loro in attesa, in attesa di essere seppelliti, messi in connessione.
Le estati non finivano mai ma quella in particolare era più immobile di tutte le altre. Roby aveva il suo ragazzo che suonava su di un palco scorticato. Concerti. Il teatro dei palazzi. Gli amori. I baci. Gli amici. I ghiaccioli. L’eroina.
Quando arrivò l’eroina finalmente cominciarono a seppellire i tubi. E quando finirono i tubi iniziarono a seppellire gli altri. Rimase Roby, che aveva un ragazzo. Che suonava la chitarra. E andava a trovarlo il pomeriggio.

– E questo? Chi l’ha messo? Herman Hesse, quante volte ve lo devo dire, non sta sotto la “Esse”, ma sotto
– La “E”?
– LA “ACCA”! LA “ACCA”! (dice poi le librerie chiudono… teste di cazzo… Herman Hesse sotto la “Esse”… sotto la”E”! dice. Ma io chiudo.)