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EROBESO, quando eri magro, quando eri donna, quando eri bello, quando eri un giovane grasso pieno di speranze.

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Un padre con un seno sotto la veste nera
Ha fatto carte false in gioventù
Ha preso tre bastoni li ha nascosti in una buca
Dietro al garage della casa tra i fichi
Dell’uomo in blu
Il mare sciacquava la coscienza di mammà
Il sale stuzzicava le labbra di mammà
E la bella stagione durava un anno e non finiva
E tutto si aggiustava, e tutto si rompeva
Le calze appese impiccati
Giustiziati e risorti sulle gambe di mammà
Un uomo in blu che frugava nella casa
Nella casa di papà che non c’è più
Nella cosa di mamma che ci sta
Scoperte, reclame e medicine, propaganda e preghiere
Le trovate alimentari, i colli di polli, le brutte dicerie
Hanno cresciuto un seno in seno a un padre
Senza padre e senza figli
E l’uomo nero fu lui che sconfisse quello in blu
E l’uomo nero fu lui che disse a mammà
Non ti perdono più
Tre bastoni in una buca
Tre bastoni in una buca
Un seno sulla serpe,
Una croce, un’ombra, una preghiera
Dalla canonica al mare per il falsopiano
Con un seno sotto la veste
E tre bastoni in una buca.

– …e ho cominciato a soffrire di autismo a Indianapolis.
– Alla rotonda a destra.
– …stava andando tutto bene
– A destra
– …Quando a un tratto
– A de
– …mi ha preso questa cosa
– Ora dobbiamo fare tutto il giro!
– …dalla quale non ne esco più
– Gira, gira qui.
– …Niente. Non c’è niente da fare.
– Gira, maledizione, gira Gira!
– …e quello deve essere un muro
– Gi.

I ragazzi uscirono in silenzio un po’ disgustati, un po’ spaventati ma bastò l’aria e il sole vivo a strapparli da quella piccola brutta cavità che si stava trasformando in un sepolcro.
– Ma che ti ha detto quello?
– Non lo so, alludeva. Tutti alludono, nessuno dice mai le cose per filo e per segno. Sarebbe così facile, eppure si trova sempre un muro su cui segnare enigmi e tu che dall’altra parte devi assolutamente decifrarli, comprenderli, abbracciarli, giustificarne la crittografia. E se gli enigmi ti colpiscono, cioè sono rivolti proprio contro di te che li risolvi, solo per stenderti, per farti del male, allora ti senti in colpa per averli risolti. Che razza di sistema. E naturalmente ti senti in colpa nel caso non riesca a capirne il significato.
Ma questo Giannetto non lo disse, in verità, forse non lo pensò neanche così lucidamente, ma sentiva, questo sì, la presenza di qualcosa che inceppava i suoi formidabili salti nel buio. Qualcosa si metteva di traverso, qualcosa appunto di indecifrabile e che Nicoletta stava componendo con terrificante grazia, con una naturalezza che lo deprimeva. Rimaneva il fatto, per Giannetto, che, anche riuscendo a tradurre l’enigma dell’altro, c’era sempre il muro che non andava giù.
Un giorno Giannetto mi disse: – Ma tu come fai a buttare giù i muri?
– Li scoraggio, li demoralizzo, li deprimo, insomma li butto giù. E poi, Jolly, un muro tra, poniamo, Nord e Sud può sempre diventare un ponte tra Est e Ovest. Sicché cambia muro. Se vuoi andare a Nord, o a Sud, ti trovi un bel muro magari anche altissimo, non importa, tra Est e Ovest. Ma tu di che hai paura? Tu viaggi nello spazio, nel tempo, come nessuno sa fare e nessuno a parte me riesce a starti dietro.
– Io so classificare i minerali, conosco tutti gli strati di roccia giù, giù fino al nucleo incandescente al centro della terra,
– Sei uno che va a fondo alle cose.
– So della pressione, dello spazio, dei pianeti. E sto andando a fondo.
Ecco, lì per lì non avevo capito cosa intendesse il mio amico, pensavo desse corda alle mie spiritosaggini e invece voleva dire qualcosa di più complicato, di più drammatico, di più profondo, ecco.