Beauty

Frugo nel beauty
Con la coda dell’occhio
Vedo il tuo brutto
difetto, maledetto.
Perché non sei a San Tropez?
Perché sei nei paraggi?
Prendo tempo, frugo
E cerco, ti frego.
Ma il tuo difetto, maledetto
È il tuo occhio senza code
Vedi dritto, vedi solo
banalità. Come se fosse
il mio culo banale.
Brutto babbeo.

Ci sono i codici, ci sono i cinici,
ci sono quelle come me.
Ci sono le norme, le tarme, le forme,
ci sono i protocolli, quelli a mano,
i dattiloscritti con i piedi,
gli smalti dai toni squillanti,
ci sono i citofoni.
E vengo a te,
salgo un attimino.
E ti rovino la vita.

Quella notte sognai. Sognai una battuta di caccia, una muta di cani correva su e giù per colline pratose, ora sotto il sole, ora all’ombra di nuvoloni anch’essi di corsa, tutto andava di fretta, pareva non ci fosse più tempo ma, nonostante questo, i cani si davano un gran da fare latrando, strillando. La cosa spaventosa fu quando capii che i cani non stavano rincorrendo la preda. Stavano scappando. Qualcuno tra loro, più debole, incespicò e ruzzolando si ruppe il collo poco prima di finire schiacciato da una mandria furente di cavalli senza cavalieri. Ma anche queste poderose bestie non erano le inseguitrici, anche loro fuggivano e anche tra loro qualcuna si schiantò, con maggiore possenza, alzando polvere, facendo vibrare la terra e l’aria, poco prima di essere schiacciata a sua volta da una processione di piccoli chierichetti che sfilava piano reggendo ceri, aspergendo incenso, cantando salmi, sapendo bene il fatto suo nonostante non ci fosse l’ombra di un prete. Niente sacerdoti ma una schiera di ragazzini travestiti che metteva in fuga le bestie. Ma ecco dietro di loro una volpe e un’altra avanzare con discrezione, tornando a tratti sui propri passi e riprendendo ad avanzare circospette.

Dora palposa nel sfribrirsi d’aironi
lungo la linea d’orizzonti domestici.
Eravamo io e te a casa sua a chiederci
perché non ce ne andiamo?
Perché perdiamo tempo?
Non rischiamo – non lo stiamo già facendo –
di passare per stupidotte nutrite in rogge
di campagne slabbrate dai confini di città?
Guardiamo l’ora e allora via
con le chincaglierie tintinnando,
giù con l’ascensore specchio,
guardandoci forti perché quattro
anziché due.

“Ricordo nitidamente le sere stipati nella maison Poloroah. Che chiavate. Ricordo in particolare quando scrissi un verso in un comodino e poi ci vomitai. Chesserate.”

Vagina Wolf

– Oh, cristo! Che ti è successo?
– Deve essere successo questa notte. Mi sono svegliato così.
– I cerchi nel grasso!
– Ma tu non hai sentito niente? Non hai visto niente?
– Niente di niente (i cerchi nel grasso…) Ma allora esistono!
– Ma non è un frattale… neanche una geometria, direi.
– Sembra più…
– Gianni Rivera.
– Già. Hai Gianni Rivera sul ventre.
– Chissà cosa vuol dire.
– I cerchi nel grasso… esistono…