– Andava molto l’armonica, faceva malinconia, a braccetto con l’allegria, ma sempre un passo indietro. Aiutava a mandare giù i rospi, dava un intorno di sagra, dimenticata, ricordata, rivissuta, da capo, un’altra volta. Che malinconia, che lacrime di felicità, che tepore, quei tempi. Andò che alla fine mandammo giù tutto, andò che l’armonica, nessuno si ricorda precisamente quando, ma andò che ce l’ingoiammo.
– Hhhhhhfffffffffhhhhhhhh.
– Già.

– Sono pieno di steroidi.
– Povera stella.
– Non riesco a raggiungere quella freschezza che hai conosciuto.
– Povera stella.
– E non riesco a smettere.
– Prendi un frutto.
– Ma no, ma no. Sono gli steroidi. Non riesco a smettere, né a prendere altro.
– Povera stella.
– Ma non sai dirmi nient’altro?
– Prendi un frutto.
– Ma va, va. Ho perso la freschezza. Ho perso la freschezza!
– Un frutto secco?

Mi sedetti sul piano di formica, il banco non cedette e su quel sodale, per la prima volta, feci uso della barba; dissi: “Rivoluzione”. Poi i sandali si sfilarono e dieci spade luccicarono. Una compagna di fisica urlò qualcosa di cui si capì bene la parola sommatoria, la ripeté più volte. Altre, più dietro, incalzarono con “Cazzo: – fascista! Cazzo: – fascista!”. Improvvisamente dal centro dell’assemblea, una che sapevamo piuttosto cattolica sovrastò la sala con voce bianca: “Comunione dell’utero”. Dopo un silenzio spaziale, con grande interrogativo la rivoluzione andò a puttane. Negli anni, si può dire che quasi tutti andarono a puttane.

– Ci fermiamo in un bar? Devo andare al bagno – pregò veloce Nicoletta.
– Va bene ma non perdiamoci.
– Facciamo in fretta.
– Tu sai dove stiamo andando?
– Dobbiamo passare il ponte di Rialto e poi nella piazza San Marco.
– Va bene, al massimo chiediamo.
– Tanto faccio in fretta, mi accompagni dentro?
Giannetto, mentre cercava la più cavalleresca delle espressioni, non fece in tempo ad acconsentire, che Nicoletta lo scosse toccandogli il braccio, lanciando lo sguardo oltre le sue spalle.
– Maschere. Guarda, sono di cuoio, sono bellissime.
Giannetto si girò e vide una vetrinetta in cui erano esposte in una fila verticale una serie di maschere, protuberanze, nasoni, squarci tondi e ovali, pieghe, rughe, gote e ghigni la cui materia tinta di nero, marrone o rossiccio sembrava effettivamente cute un tempo viva e fresca, ora scorticata e rinsecchita e plasmata sul calco della follia. Giannetto e le maschere si scambiarono appena uno sguardo.
– Dai, vieni – Nicoletta lo strattonò con delicatezza e il mio amico non poté che seguirla, confuso. Entrarono nel piccolo caffè lì accanto, sapeva di bruciato, il caldo all’interno li schiacciò. Gli arredi erano in acciaio e formica verdastra, era piuttosto spoglio e spigoloso, angusto, sembrava di stare dentro una vecchia moka. Sul bancone c’era una gondola di plastica nera, appoggiata su di un centrino fatto a mano di cotone grezzo e consunto. Il modellino, una replica di folklore seriale, era una sorta di salvadanaio per le mance ma non dava l’idea di straripare denaro, sembrava più un segna posto di qualche gioco di società. Giannetto avvertiva un’assenza, sentiva la mancanza dei dadi, qualcuno che lanciasse i dadi e facesse avanzare quella pedina, la vita là dentro, in quel locale. La vita invece entrò dritta nella sua toilette, una breccia aperta dal sorriso di Nicoletta, dalla sua aura brillante, seguita dalle nubi nere che inquinavano invece quella di Giannetto. Il quale rimase nella poca luce che c’era, fermo a fissare la gondola in secca, le stampe appese ai muri color alga, stampe di quella incredibile città sull’acqua, grosse cartoline imbarcate dall’umidità, in bianco e nero, con scorci, palazzi, piccioni, canali, fotogrammi di un antico film muto.
– Kossa ghe te prende?
Giannetto si voltò un po’ in allarme e si vide di fronte un mezzo busto che affiorava dalle ombre, trincerato dietro il banco. Apparteneva a un piccolo uomo che stava finendo di scontare l’età adulta per incominciare a vivere un’esistenza da maschio anziano, bianca, inutile e piena di livore. Tuttavia sembrava essere da sempre incastonato in quell’età, che non fosse mai stato ragazzo, o bambino e che piuttosto che invecchiare decrepito avrebbe commesso qualsiasi pazzia ma per il momento riusciva a rimanere immobile nel tempo. Indossava grandi occhiali scuri con una spessa montatura, che lo rendevano ancora più minuto di quello che era. I capelli, ridicolmente riportati, coprivano la calvizie come un calzino bucato che, invece di vestire il piede, ne scopre l’alluce. Ma la rigidità di quell’uomo non faceva ridere. Sul viso gommoso color ambra, segnato da rughe sottili, rasposo di una barba nascente e già vecchia, era steso e gonfio un grande cerotto bianco che ne copriva la guancia, la medicazione di qualcosa di complicato di cui, però, il piccolo omino in giacchetta e dolcevita maròn non si curava, sembrava anzi esserselo dimenticato addosso. L’uomo era piccolo e nonostante gli occhiali scuri ne impedissero la vista doveva avere degli occhi maliziosi e forse anche pericolosi.

I pelati son pelati ed è per questo che si chiamano così ma mia nonna i capelli si tingeva, d’azzurro di viola, lunari sfumature, una scala di tinte verso gamme impossibili ai miei piccoli occhi nudi.
Un giorno mentre tutta casa ribolliva, un sugo rosso di mistero viveva da re, un tesoro di cucina, un segreto mai carpito, una lava vermiglia nel cratere d’alluminio. Non era Chanel, oh no, ma quel giorno mi stregai e ora ancora, sulle scale, negli androni, sento nonna e il suo sugo come non l’ho fatto più.

Avevo un frigo, stava a casa tua.
Tenevo le bottiglie fresche in fila.
Tenevi le ginocchia molli quando
aprivo e chiudevo, mi servivo,
finivo le file. Di solito l’ultima
finiva la sera, o l’ora che era.
Tanto casa tua è a cinque minuti
dal parco per i cani.

False ripartenze

Alle prese col fondo lo tocco.
Passo in rassegna la superficie,
trovo un poro che mi prega.
Gli nego il fiato, amica mia,
lo celo tutt’altro che d’azzurro.
Avanzo attenta,
guardo laddove,
sotto il fondo giacciono
immortali asperità.
Guardo me a poco da me.
Ti guardo amica mia,
ti assolvo tutta e ancora
una volta risalgo.

Distorsione

Ho messo un piede sul tuo labbro.
La tremula caviglia mia fa giochi
che non voglio, tu per primo
non ridi. Io per seconda.
Tra un attimo m’annoio.
Tra un attimo mi pettino,
mi rifaccio da capo e ti lascio
a decifrare la tua espressione.
Tremula io per un. Affatto.