Quando eravamo freaks – 33.

– Ci fermiamo in un bar? Devo andare al bagno – pregò veloce Nicoletta.
– Va bene ma non perdiamoci.
– Facciamo in fretta.
– Tu sai dove stiamo andando?
– Dobbiamo passare il ponte di Rialto e poi nella piazza San Marco.
– Va bene, al massimo chiediamo.
– Tanto faccio in fretta, mi accompagni dentro?
Giannetto, mentre cercava la più cavalleresca delle espressioni, non fece in tempo ad acconsentire, che Nicoletta lo scosse toccandogli il braccio, lanciando lo sguardo oltre le sue spalle.
– Maschere. Guarda, sono di cuoio, sono bellissime.
Giannetto si girò e vide una vetrinetta in cui erano esposte in una fila verticale una serie di maschere, protuberanze, nasoni, squarci tondi e ovali, pieghe, rughe, gote e ghigni la cui materia tinta di nero, marrone o rossiccio sembrava effettivamente cute un tempo viva e fresca, ora scorticata e rinsecchita e plasmata sul calco della follia. Giannetto e le maschere si scambiarono appena uno sguardo.
– Dai, vieni – Nicoletta lo strattonò con delicatezza e il mio amico non poté che seguirla, confuso. Entrarono nel piccolo caffè lì accanto, sapeva di bruciato, il caldo all’interno li schiacciò. Gli arredi erano in acciaio e formica verdastra, era piuttosto spoglio e spigoloso, angusto, sembrava di stare dentro una vecchia moka. Sul bancone c’era una gondola di plastica nera, appoggiata su di un centrino fatto a mano di cotone grezzo e consunto. Il modellino, una replica di folklore seriale, era una sorta di salvadanaio per le mance ma non dava l’idea di straripare denaro, sembrava più un segna posto di qualche gioco di società. Giannetto avvertiva un’assenza, sentiva la mancanza dei dadi, qualcuno che lanciasse i dadi e facesse avanzare quella pedina, la vita là dentro, in quel locale. La vita invece entrò dritta nella sua toilette, una breccia aperta dal sorriso di Nicoletta, dalla sua aura brillante, seguita dalle nubi nere che inquinavano invece quella di Giannetto. Il quale rimase nella poca luce che c’era, fermo a fissare la gondola in secca, le stampe appese ai muri color alga, stampe di quella incredibile città sull’acqua, grosse cartoline imbarcate dall’umidità, in bianco e nero, con scorci, palazzi, piccioni, canali, fotogrammi di un antico film muto.
– Kossa ghe te prende?
Giannetto si voltò un po’ in allarme e si vide di fronte un mezzo busto che affiorava dalle ombre, trincerato dietro il banco. Apparteneva a un piccolo uomo che stava finendo di scontare l’età adulta per incominciare a vivere un’esistenza da maschio anziano, bianca, inutile e piena di livore. Tuttavia sembrava essere da sempre incastonato in quell’età, che non fosse mai stato ragazzo, o bambino e che piuttosto che invecchiare decrepito avrebbe commesso qualsiasi pazzia ma per il momento riusciva a rimanere immobile nel tempo. Indossava grandi occhiali scuri con una spessa montatura, che lo rendevano ancora più minuto di quello che era. I capelli, ridicolmente riportati, coprivano la calvizie come un calzino bucato che, invece di vestire il piede, ne scopre l’alluce. Ma la rigidità di quell’uomo non faceva ridere. Sul viso gommoso color ambra, segnato da rughe sottili, rasposo di una barba nascente e già vecchia, era steso e gonfio un grande cerotto bianco che ne copriva la guancia, la medicazione di qualcosa di complicato di cui, però, il piccolo omino in giacchetta e dolcevita maròn non si curava, sembrava anzi esserselo dimenticato addosso. L’uomo era piccolo e nonostante gli occhiali scuri ne impedissero la vista doveva avere degli occhi maliziosi e forse anche pericolosi.

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