Eravamo in seicento

Eravamo in seicento e io suonavo l’ocarina. Tu mi tenevi il bordo della giacca, stavi accanto a me per non perderti tra noi seicento e noi seicento nella folla della grande fiera. C’erano gli zampognari che venivano da quattro regioni più in là, forse li separava pure un mare. E tu speravi tanto in me e io facevo quello che potevo fingendo fosse eccezionale. Suonavo l’ocarina e noi seicento si chiedeva qualche cosa. Avanzavamo lenti tu mi tenevi stretta e io mi tenevo stretta la finzione di quel teatro, il nostro teatro.
Morimmo uno a uno nelle stagioni che seguirono, che ci inseguirono e ci portarono via.
Sei rimasta solo tu di noi seicento, la tua manina è diventata forte, tanto forte che su tutta quella fiera ha chiuso una saracinesca pesante come le nostre vite messe insieme. Sei diventata bella, sei diventata donna, sei diventata forte, sei diventata le note di quei nomadi musicisti mai più visti, forse inghiottiti dal mare.
Speravi tanto in me, ma non ti ho delusa. Io sono la tua forza – non dico la bellezza – ma le note sì, quelle note che si mescolavano in me e in me con l’ocarina e le voci dei seicento, quelle note sono anche le tue note. Piccola, grande, donna eccezionale.

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3 commenti

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  1. Commozione. E organetto di strada che diventa grande organo di cattedrale. Sì, la musica qui vola alto.
    Spontaneamente si guarda il cielo dove tutti volano via, prima o poi.
    Lasciando vedove le bambine. Le ocarine. Le manine. Eccetera.

    Mi piace

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