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– Ho i seni romantici, mi chiamo Camilla, adoro l’intimo sofisticato e m’inarco più che posso, fino a spezzarmi la schiena. Porco Giuda, ecco, s’è rotta.

– Capisco, non sai decidere se io sia un vincente o un perdente. Lo so, se lo chiede anche mia moglie. Ma io le dico: l’importante è partecipare, e la bacio. Ora, tolto il bacio, eccomi qua.

C’era un campo dentro un campo. Una grossa buca coperta d’erba e tra le bavette verdi, lunghe e flosce, chiocciole riservate, alcune più sventate, se ne stavano appiccicate, solitarie o in piccoli crocchi. Inermi e repellenti, alla mercé di tutto eppure intoccabili. Popolo incomprensibile del campo dentro il campo. Avevano un piano? Oggi più di allora sono convinto di sì. Sicuro che avevano un piano. Quello che non avevano era il tempo. Così, in un imprevisto1980, quella grossa buca si dimostrò nient’altro che l’occhiello in cui precipitò un palazzo con banche e negozi e scale avvolte nel cemento. Orribili, ritorte esterne scale a chiocciola senza prospettiva e con ben otto piani. Ma erano tutti piani di altri.

Sono molto addolorato quando dico che mi farei un altro drink. Mi addolorano le somme, le addizioni. Perché sono uno che più che altro si sottrae. Mi sottraggo a tutto, credo sia la mia natura. L’ultima a cui mi sono sottratto proprio stamattina è stata Antonella. L’ho lasciata dopo una scopata e un cappuccino. Mi viene naturale, mi sento bene. Scompensi subitanei? Prurito sotto le ascelle. Aloni – sempre sotto le ascelle. Voglia di notizie di ieri.
Ora sono al bar sotto casa. Ci sono molti cinesi disinvolti, parlano poco, si scambiano di posto a intervalli irregolari. Ci sono i giornali di ieri, ne prendo uno, rigonfio, piegato molte volte e molto male, lo riapro a caso e leggo dello sciopero. Le pagine sanno di latrina, le notizie immiseriscono. Se non altro sono di ieri, è acqua passata. Mi faccio un altro drink e mi addoloro. Faccio un cenno a Wonnjo, io lo chiamo Ennio, lui si avvicina, sorride come se sorridesse a un vigile confidando che quell’espressione possa aiutarlo a evitargli una multa. Ma sta sorridendo a me. Ennio, gli dico, cosa vuoi che ti multi? Gli do una pacca sulla spalla, gli mostro il drink e mi faccio un sorso alla sua salute. Mi rimane una fogliolina di menta tra le labbra e la sputacchio per terra. Guardo in terra, è piuttosto unto, e accanto a dove è caduta la fogliolina c’è un orecchino, un grande cerchio argentato con un pendaglio, sembra un pollo, un piccolo pollo ambrato. Ma è solo un grumo d’ambra. Lo raccolgo, me lo avvicino agli occhi, guardo bene e mi interrogo. Sul cerchio, sul grande cerchio. Sulle federe di lino. Su Antonella stamattina che non ha fatto una piega, ha perfino pagato la colazione. Sugli spostamenti dei cinesi, sulla confidenza, sulla teatralità, sulle parti. Mi cade l’occhio su un particolare: Ennio. Non sta sorridendo, mi sta guardando, mi sta osservando, mi sta aspettando. Aspetta che cada, o che muoia. Aspetta che mi sottragga, per prendere il mio posto. E io? Il posto di chi occuperò?

Milena cosa fai, ti rimbocchi le maniche del golf
prima di prendermi.
Milena cosa fai, non è uno sport
Dove hai visto questa roba?
Non è cosa da campioni.

Hai la tenacia di una colf
Stai cercando di smacchiarci
Forse?
Milena tirati su e fammi un sorriso
Non siamo un’impresa.

Poteva andare tutto bene
Tra le tende del salice
Quando ti baciai in un occhio
Ma l’acqua del naviglio accanto a noi scorreva
Come chiacchiere di condominio.

In paese si fa cosi?
Si insaponano le lenzuola
E si mette tutto ad asciugare
Ma prima si strofina bene
Si rimboccano le maniche.

In paese amore è carta vetra
E profumo di marsiglia

– Le cose stanno così, Brody
– Ok.
– Certo che Brody.
– Cosa.
– Potevi sceglierti un altro nome.
– Cos’ha che non va.
– Non sarà un nome da duro Brody.
– Sì che è da duro.
– È da duro se lo surgeli, Brody.

Sebastiano reggeva il suo libro, appoggiato con eleganza al bancone della tintoria. Fuori era buio da poco, la fretta di fine giornata scuoteva i vetri dei portoni affacciati sulla strada.
Al riparo nella piccola bottega Sebastiano stava riflettendo se bere qualcosa e smacchiarsi la gola.

Improvvisamente tuonò, il fragore fece suonare le campanelle d’ingresso senza che alcuno entrasse. Le figure di passanti continuavano a scivolare mute nel grande acquario che Sebastiano immaginava fosse il mondo fuori dal suo negozio.
Decise di stapparsi un succo di limone, dissetante contro le macchie.
Sorseggiando, solo, col pensiero volto all’opera di Joyce si ricordò il suo secondo nome: Giacinto. In tutti quegli anni non l’aveva mai usato, sapeva ancora di nuovo.