Ho un rapporto promiscuo con il mio discografico. Eravamo in piazza del Duomo, c’era un gruppo di piccioni smarrito, erano piccioni di Liverpool. Il mio discografico mi mette il braccio sulle spalle e mi dice guarda là io posso fare di più per te. Io gli metto una mano in tasca e gli dico vorrei ben vedere. Lui mi mette un dito sotto l’ascella e mi sussurra vorrei ben vedere lo dico io. Allora io gli poso un mio piede sopra un suo, lo guardo negli occhi e gli faccio intanto cambiami le federe dei cuscini. E passiamo dal latte a lunga a quello fresco. Lui mi sorride, mi mette il palmo sul ventre e mi dice io posso fare grandi cose per te, oggi ti riempirò di panini.

Zio Betho aveva un’aria sempre così incerta ma le azzeccava tutte. Portava cravatte grosse e tutte sull’arancione, qualsiasi vestito indossasse. Ce n’era una, ricordo, che aveva l’aspetto di una carota, veniva voglia di addentarla da quanto era arancione, arancione e vitaminica.
Un giorno zio Betho decise, prese una decisione e glielo si lesse in faccia, perché assunse un’espressione nuova e anche piuttosto sconvolgente: decise di farla finita.
E si centrifugò.

Il sado masso

Il sado masso è un’antica pratica amatoria inventata dai nepalesi tra i cinquemila e i seimila metri
trapiantati a Voghera e che consiste nelle seguenti irresistibili cose
Per praticare il sado masso bisogna avere una mira eccezionale
Essere forti di reni
Saper guardare al futuro però da dietro
Non transigere mai sui dischi di Teddy Reno
Stringere accordi su misura con i sarti pianisti
Essere implacabili
Sapere sprofondare nelle lacrime di lui/lei
Alzare bene i piedi sul pietrisco dei quartieri cinesi
Non avere paura del raso
Specchiarsi due volte al giorno da sdraiati
Tirare a scopare

Noi stavamo per perderci. Giannetto e io ci stavamo guastando. Ci stavamo trasformando ma il processo non fluiva, raggrumava o andava a sbattere come uno di quei vicoli ciechi che era così facile prendere. Venezia: la nostra prima trasferta. La nostra grande occasione.
Giannetto era riuscito a convincere sua madre a lasciarlo andare in gita. Non fu una banalità, niente con sua madre poteva mai essere scontato. Qualche volta ho assistito a brani di dialogo tra loro due, sembrava più una guerra di codici da criptare e decriptare in cui alla fine a farne le spese era lo stesso significato, la comunicazione si faceva rogo e bruciava il senso, bruciava Giannetto, bruciava sua madre. A proposito di Venezia fu ancora più difficile trovare un’intesa, per via dei recenti, brutti risultati a scuola, da ultimo il tema e la discussione che ne seguì in classe davanti a tutti e che coinvolse anche gli altri compagni. Il professore si imbarazzò tanto ma a me parve alla fine più spaventato che adirato. Per me fu grandioso, anch’io mi comportai bene. A tutti e due doveva essere scattato qualcosa, qualcosa che stavamo covando, ognuno per conto proprio, e ci scoppiò come una febbre, lo stesso sintomo per due malattie così diverse. Il mio amico si era innamorato, o qualcosa del genere. Succedeva, e succede ancora, ma per lui fu un po’ più complicato di quanto non accada normalmente, ordinariamente. Perché noi ci sentivamo tanto straordinari. Senz’altro fu straordinaria quella scena in classe. Da parte mia ebbi modo di rivelare e interpretare dal vivo il talento del satiro, del visionario, di colui che vede e mette in relazione e vede di nuovo, vede nuovo e mostra il nuovo. Facevo ridere. E facevo incazzare. A causa di quell’episodio la madre di Giannetto fu chiamata a un colloquio con i professori, mentre i miei furono risparmiati e io me la cavai con un nota. Nella nota passavo perlopiù come inaspettato furbetto isolente, che aveva iniziato a buttare via talento e vita. Inaspettato perché fino al quadrimestre precedente mi ero espresso poco oltre ciò a cui la scuola mi obbligava e ora improvvisamente ero esploso. Come un vulcano. Come Giannetto, il quale, come sempre succedeva, era avanti di qualche lunghezza nell’iperspazio

Ma non ti vergogni? Sei caduto così in basso, sul selciato lurido, rovente, macchiato di un parcheggio per autobus. Sei più grande di un piccione, più forte, fiero, maestoso, quando domini da un ramo alto di un platano il quartiere, la città. Ma camminare sull’asfalto grigio e nero che svilisce il tuo piumaggio, zoppicare accanto a un piccione il cui grigio luminoso dà bagliori di cielo, ti fa goffo, nano. Sei ridicolo come un torturatore in divisa in congedo nell’abbraccio di una folla immensa di mutilati.
Eppure ti disgustano le briciole. Eppure non ne trovi una.

– Sono l’agente Del Cazzo. Devo parlare con il Professore.
– Un attimo.
– Un attimo un cazzo.
– Stia calmo.
– Stia calmo un cazzo.
– Esca.
– Esca un cazzo.
– Vada fuori di qui.
– Vada fuori di qui un cazzo.
E così per tante, tante mezz’ore, fino a che il Professore non si faceva vivo e diceva: “Che succede?”
– C’è l’agente Del Cazzo che chiede di lei.
– Fallo entrare.
– Fallo entrare un cazzo!

Stupido uomo. Cosa credevi. Il giallo, il giallo, diamo una mano di giallo su tutto e nessuno se ne accorgerà. E invece ci ritroviamo a scrostare la tua idiozia. Passeremo l’anno intero in queste stanze, a frutta secca e acqua calda, con uno stramaledetto lavoro che ci costerà chili, energia, buonumore, e talento. Io avevo del talento prima di incontrare te, stupido uomo. Ma di una cosa ti sono grato, mi hai aiutato a capire quale sia il mio maggiore talento: quello di incontrare stupidi uomini e di attaccarmi a loro come un inerte pezzo di metallo attratto dalla calamita. Calamita. Calamità!
Stupido uomo.