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La signora Lopez aveva tre gatti persiani a cui voleva molto bene, li amava di un amore morboso, tanto che se ne fece in breve una malattia. Li accudiva con una preoccupazione e una devozione tutt’altro che serena. Dedicava loro gran parte delle sue sostanze, del suo tempo, dei suoi impegni pratici e mentali. Ma tanto amava le sue bestiole quanto queste a stento si sopportavano tra loro e non era sicuro l’affetto che potessero ricambiare alla donna.

Dividevano tutti e quattro un appartamento a un piano alto, molto bene esposto, per godere di una gradevole illuminazione, una caratteristica, questa, mai sfruttata dalla signora Lopez. I quattro locali erano tutti molto spogli, le porte interne in vetro opaco massicciamente intelaiato, i pavimenti in graniglia a grana grossa dalle dominanti grigio e ambra, niente tappeti, le pareti bianche adorne qua e là di qualche cornice, di quadri o stampe di nessun gusto particolare, scelti senza alcuna cura, appesi per forza, guardati con pena dai rari visitatori ospitati per brevissimo tempo in casa della signora Lopez. L’ultimo di questi fu il fattorino Herman Goblo, originario di un Paese dalla geografia confusa – dalle parti del Togo, come vaghe ricostruzioni riuscirono a definire –, alle dipendenze della sartoria Lucioni-Spada. Il giovanotto, che aveva un incredibile accento dell’alta Lombardia e per il quale fu quasi imbarazzante ascoltarlo durante la sua deposizione, poiché in indicibile contrasto con l’aspetto estraneo ai nativi della regione, consegnava alla Lopez il consueto set di camicie da uomo che ella ordinava all’inizio di ogni primavera e di ogni autunno.

Trovata la porta d’ingresso socchiusa e poiché immaginava che la signora lo aspettasse per quell’ora convenuta e magari, avendo lei sentito i cardini dell’ascensore mettersi in moto, si era premurata di evitargli di suonare il campanello non appena fosse giunto al piano, il fattorino entrò con discrezione accennando un “è permesso?”, aprendo anche molto bene tutte quante le lombarde “e”.

La donna era distesa lungo la diagonale della sala, gli occhi sbarrati, un palpito appena, i gatti le giravano intorno in un moto silenzioso, indifferenti gli uni agli altri, alla signora sdraiata, al fattorino sconosciuto, atterrito e impalato sulla soglia e a quella specie di feticcio, piantato lì in mezzo, che più di tutto sconcertava. Il vano su cui si affacciò il Goblo e in cui sembrava apparecchiata quella disturbante messinscena avrebbe dovuto essere il salone, o salotto, o sala da pranzo ma, a parte le figure immobili e semi immobili, era pieno di un vuoto che metteva a disagio: aveva l’aria di una sala d’attesa, ma non vi erano sedie, non un tavolo, niente tende alle finestre, le tapparelle serrate, solo un calendario affisso a una parete. Un lampadario con otto bracci torti da volute complicate ma sinuose, alle estremità dei quali erano avvitati otto bulbi ovoidali, nudi e tutti accesi, riusciva a irradiare una luce pallida e gialla quanto un’infezione. Quella sala dava l’idea di un’attesa, sì, l’attesa di una malattia, meglio ancora: che una malattia diventasse patologica fino a divenire mortale. La signora Lopez sembrava essere riuscita nel macabro intento ma era tutto da spiegare quel totem, quel busto di manichino senza testa piantato nel centro, quel feticcio vestito di una camicia devastata, torturata da tagli, da strappi, dalla furia di una bestia o più, forse tre quanti erano i gatti che ora giravano in tondo alla Lopez e a quella cosa più di tutte orribile.

Il fattorino si mosse e si accorse che per terra, aperto in due come fosse caduto o gettato dall’alto, vi era un telefono cellulare, proprio accanto alla mano della donna. Anche la mano si mosse spaventando non poco il giovane che si lasciò scappare un’esclamazione in un possibile dialetto della Costa d’Avorio e scoprendo i denti per il terrore del quale in quel momento fu completamente pervaso. Tremando fece cascare il pacco di camicie, motivo della sua presenza nell’appartamento della Lopez.

Ora, bisogna precisare che le camicie commissionate con perseverante costanza due volte all’anno erano tutte siglate sul polsino sinistro dalle iniziali A.B.C. e che i tre amati, riluttanti e silenziosi gatti portavano i nomi di Allis, Bea e Caty come inciso sulle medagliette agganciate ai rispettivi collari. Inoltre si sapeva che la donna aveva avuto un amante ai tempi del suo arrivo nel quartiere, un ventennio prima. L’uomo, tuttavia, scomparve molto presto dalla vita della Lopez nonché dal palazzo, dal circondario, dalla città e forse dal Paese mentre qualcuno più maligno addusse perfino dal mondo dei vivi. Erano rimaste poche persone che ora potessero testimoniare della fugace relazione della Lopez, diventata nel tempo una sorta di leggenda, di diceria e che dava un’aura sbilenca intorno alla solitaria donna.

Sul polsino della camicia straziata, indossata dal manichino che tanto aveva impressionato il Goblo, erano ricamate le iniziali X.Y.Z. contrariamente a quanto dalla cliente sempre commissionato. Il pacco in consegna conteneva invece capi siglati correttamente.

A proposito del misterioso amante, una difficile indagine fece risalire al probabile nome di costui: Anton Bela Corvara o Antonio Bella Corvara, o Corvèz, a seconda del grado di esotismo che i vicini intervistati riuscivano ad aggiungere nelle loro deposizioni. Le congetture intorno a una verosimile quanto incredibile spiegazione della scena – meglio dire dell’uscita di scena della Lopez –, a un finale che gridava follia e magia allo stesso tempo, ebbene quelle congetture portarono alla ricostruzione di un orrendo rituale. La donna, taciturna e rancorosa – dettaglio, quest’ultimo, che improvvisamente cominciò a correre con insistenza tra le diverse testimonianze, anche tra coloro che non scambiarono con ella neanche una parola –, segnata dall’abbandono dell’uomo a cui era legata da sentimenti forti e instabili, risolse la solitudine cui si costrinse a vivere immolando l’immagine del suo amato, il ricordo di lui, la sua rappresentazione animistica: l’orrendo feticcio senza testa, busto impalato su di un piedistallo imbullonato a terra, veniva vestito di una leggera pelle di cotone (marca Lucioni-Spada) lasciata poi dilaniare dalle bestiole domestiche che, in quell’atto di malvagia, ludica, folle crudeltà dimostravano un piglio che aveva del sovrannaturale.

Ora, sovrannaturale per sovrannaturale, la misteriosa sostituzione dell’acronimo comparso sui polsini doveva aver disinnescato, anzi deviato la furia violenta delle piccole fiere contro la Lopez. Per quanto non furono riscontrati graffi sul corpo della donna, o alcun segno che potesse far pensare a un vero e proprio assalto, qualcosa successe perché ella cadesse in preda a un mancamento, a un malore che senza un soccorso immediato la portò, sorvegliata e quasi incalzata dai suoi animali, in breve a morte.

Cosa poteva essere successo? Qualcuno in sartoria aveva ricamato per errore? appositamente? Il fantasma dell’uomo? Lui stesso? Herman Goblo, il fattorino grossomodo del Togo che indossava per divisa un capo appositamente confezionato della sartoria Lucioni-Spada: camicia azzurra con colletto e polsini bianchi, di ritorno al negozio-laboratorio si ricordò di avere incrociato e salutato per l’ultima volta il rappresentante della ditta Oxe fornitrice delle nuove macchine industriali nel campo tessile per la cucitura, rifinitura, e ricamo, il quale in quelle ultime settimane si vedeva con frequenza poiché infatti stava trattando con i proprietari Lucioni e Spada l’importante vendita di un rivoluzionario macchinario. Il Goblo si ricordava anche di una dimostrazione o meglio della dimostrazione che le macchine allora in uso presso la sartoria non sarebbero state in grado di riprodurre un particolare punto ricamato su di un campione che il rappresentante usava come prova prodigiosa di quanto potevano invece fare le macchine Oxe. Il Goblo si ricordava inoltre che l’uomo teneva il busto eretto avendo cura di piegarsi il meno possibile tradendo altrimenti una sofferenza acuta trattenuta a stento da una smorfia che al fattorino – di origini misteriose e un tempo, ma forse anche ora, tanto violente – ricordava i supplizi riservati ai traditori nei racconti dei suoi familiari più vicini, non avendo in effetti mai assistito di persona a tali esecuzioni. Al fattorino era parso in più di un’occasione che al rappresentante, tolta la giacca, si tingessero le camicie verosimilmente dall’interno: striature carminio comparivano e sparivano un po’ dappertutto, sulle braccia, sul petto, sulla schiena. Ma poiché nessuno fece notare la cosa, il Goblo imputò quel fenomeno a un particolare tipo di tessuto cangiante o di trama specialmente trattata dalle superiori macchine Oxe, come il rappresentante non mancava mai di definire. Quando il giovane Herman incrociò l’uomo per l’ultima volta questi aveva un sorriso pieno di soddisfazione, forse perché la trattativa andò a buon fine, ma forse, e questo a Herman non sfuggì, perché dentro la camicia bianca immacolata il corpo dell’uomo gioiva senza dolore, torcendosi chiamando un taxi, salutando volgendosi indietro verso il negozio, piegandosi a raccogliere una moneta, stringendo con uno scossone la mano dello scombussolato fattorino di ritorno dalla sua macabra consegna e soprattutto, lo vide bene, arcuando la schiena aprendo i polmoni in un gran respiro aiutato dal movimento delle braccia come alla fine di una corsa. E poi partire con una breve serrata scarica di pugni velocissimi a vuoto e bloccarsi in una posa archetipica. Il Taxi alla fine se lo portò via. Mentre il Goblo prese fuoco ma fu spento poco dopo.