Giannetto andava bene in scienze ma non nelle materie umanistiche, in latino in particolare. I suoi scritti di italiano erano quasi sempre fuori tema, nella scelta dell’argomento non affrontava mai l’attualità perché, come me, non aveva idea di cosa stesse succedendo nel mondo, tanto meno poteva permettersi un’opinione al riguardo. La Storia lo smarriva, rimaneva la letteratura ma anche in questo caso i grandi poeti e scrittori lo mettevano in una soggezione di fronte alla quale l’unico modo per lui di reagire era quello di tuffarsi e inventare, inventare a rotta di collo, piuttosto che cercare di commentare il tale brano d’autore e dimostrare così di avere udito, studiato, appreso e interpretato con profitto la lezione.
Naturalmente i risultati erano tutti insoddisfacenti, addirittura preoccupanti ma più che da una possibile bocciatura i professori erano disturbati dalla deriva dei suoi pensieri, dalle contorsioni, dai tunnel, dagli improvvisi antri che si aprivano nella sua mente, e da cui sgorgavano quelle immagini come lapilli roventi di un vulcano insospettabilmente attivo e che incendiavano i suoi temi.
Una mattina aveva ricevuto il voto dell’ultimo compito in classe, e questo lo abbatté. Durante la ricreazione, se ne girava ancora più cupo e più freak: aveva preso un’altra insufficienza e questa volta non riusciva proprio a spiegarselo. Ce l’aveva messa tutta, tuttavia non aveva resistito, Leopardi l’aveva provocato, gli aveva acceso qualcosa. Silvia. Invece di una lucida parafrasi aveva scritto una specie di canzone, uno dei suoi magnifici salti che conoscevo bene. Ma era convinto, era sicuro che il professore potesse capire, potesse accettare, accogliere positivamente all’interno di un percorso didattico la sua bella prova.
Lasciai un momento per i corridoi Giannetto. Se la cavò alla grande. Incrociò e per la prima volta parlò con la ragazza toscana, si presentarono come nessun altro avrebbe saputo fare.
– Vorrei tanto chiamarmi Giulia ma me l’hanno proibito.
– Hanno fatto bene.
– Sicché mi chiamo Nicoletta.
– Funziona meglio.
– Grazie. Ma tu sei sempre così nero?
– Credo di sì. Tu sei di Arezzo.
– Oh, qualcuno l’ha inteso.
– Ma devi far capire che Arezzo è in Umbria. Devi dire prima di tutto che sei Umbra.
– E poi uno si convince che sono di Perugia.
– Non ne usciamo. Andiamo al bar?
– Ok.
Quando tornai vidi Giannetto di spalle camminare accanto a Nicoletta – come imparai a chiamarla in seguito – prendere la rampa dello scalone e sparire nel grande atrio al pianterreno dove c’era il grosso della folla di studenti e anche professori attirati dalle bevande, panini e caffè.

– Ivonne.
– Arlette.
– Quili che ciàn le mani sempre dentri i… i scensoristi, che toccan tuti i ferrri, il grasso, che giran le brugole e poi mi toccano la patata, no eh?
– Al massimo i notai.
– Ma come minimo.

’spetta, ti scrivo una canzonetta
che parla della tua maglietta
a righe, con le scritte tra le righe
spetta, ti dico come fa
fa zan zan zan, e poi un giro, e poi un altro
e poi giù, un putiferio di parole
scritte tra le righe della tua maglietta
di cotone, con l’etichetta e tutto quanto
spiegato bene per lavarla bene

Ma le scritte sulle onde, tra le righe, sulle tette
Se ti muovi
’spetta, non si capisce niente
quando corri, quando ridi,
quando salti è un maremoto
e tra le righe sulle onde le parole vanno via

’spetta,
tra le righe,
si capisce
Cosa dici?
Che mi lasci
Perché dici?
Non ti piace
la canzonetta
Ma era bella
faceva zan
e zan zan zan
e poi giù,
e tu mi lasci
e corri e ridi
te ne vai
tra le righeeeeee

’spetta!

La fresa la mano la moglie la casa
I bambini gli uccelli i tramonti le notti
Le estati i mari i cieli puliti
L’erba fresca e Margherita

La cucina le piastrelle coccinelle
Di spugna attaccate
Come ricordi
Come ricordi
Come quando bruciammo
Una cena, il nostro amore e Margherita

E Margherita
Ora è una donna
E non ci sono prati
Ora è una donna
E non ci sono mari
Ora è Margherita e non ci siamo noi.

Come ricordi
Come ricordi
Attaccati al fondo d’un cuore d’acciaio
Lasciato sul campo e intorno fiori
Margherita in città e tutto intorno è fuori

No, niente, sono minimalista, sono diventato minimalista per niente. Ero partito da un salone di bellezza col terrazzo, con dodici dipendenti, con la palestra di reading, tanti clienti. Un bel giro. Poi niente, mi sono chinato a raccogliere una fiala color ambra, mi sono rimesso dritto, mi sono girato – la fiala controluce – e noto che insieme alla fiala ho tirato su un capello senza volerlo. E da lì son partite una serie di domande tutte insieme come: gli acari di dove sono? il mogano, fino a che punto è nero? le lumache, quanto hanno da dirci ma non sanno come farlo? ma non c’è un Marconi tra le lumache?
Quindi ho mollato tutto in pochissimo tempo. Ho lasciato il salone a Stewart, l’unico tra i dodici che avesse la testa sulle spalle e che fosse capace di mandare avanti la baracca. Stewart mostrava una particolare attitudine verso le digressioni a scena aperta, andava benone, era molto apprezzato tra gli uomini e tra le signore.
Io da allora, invece, mi dedico al minimalismo e mi incrino le costole sugli stipiti smaltati. Affermo tutto a metà, a ripetizione, ma sempre la stessa metà. Intercalo con “che poi” e lo faccio disinvolto in tutto il mio minimalismo, tra toast e sigarette, in movimento tra coincidenze prese al volo, le dita pericolosamente molto vicine al naso. Così niente, eccomi qua. C’è gente che mi segue, gente che va su di giri delle volte, ma li placo io, sono minimalista diamine, ho fatto una scelta, che poi.

– Il fine è: chiavare. Il fine è: potere. Il fine è: potere chiavare.
– Tutto qui? Ma allora non c’è bisogno dei mercati finanziari internazionali. Si fa e basta. Signorina, le dispiacerebbe?
– Ma affatto.
– E lei signora?
– Ma volentieri.
– E l’oro e le gioie?
– Li teniamo lì, come i maya. Insieme al maltagliato senza riga.