‎- Hai una penna?
– Di più, ho un tacchino.

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Anni dopo, nei locali pubblici che Giannetto e io avevamo preso a frequentare, si respiravano fumi e vapori velenosi, un’aria molto diversa da quella innocua e familiare a cui ero abituato in oratorio. C’erano uomini che parlavano di cose scure, citavano nomi misteriosi, nomi forti, provocanti, che li eccitavano; alcuni gettavano secchiate di parole ghiacciate per spegnere la vergogna, altri le arroventavano d’ira, qualcuno, i più bizzarri tra i bizzarri, faceva dello spirito un’arma invincibile. Ci trovavamo in mezzo a una cerimonia spaventosa, l’uomo dietro al banco d’acciaio era l’officiante, severo, lasciava che la funzione impazzisse per variabili imponderabili, cosa che raramente succedeva, il vino alla mescita era il mondo amniotico che teneva tutti in sospensione e la cerimonia si faceva eterna e per questo rassicurante.
– Noi abbiamo Parrella, voi invece avete un cane in porta.
– Ma Parrella ha la scabbia, passa la domenica a grattarsi. Quando corre sembra stia scappando.
– Non è scabbia sono i debiti.
– O i mariti cornuti delle mogli zoccole che si fa.
– Parrella più para e più spende, più spende e più scopa.
Quando scoppiavano risate si riempiva l’aria del fiato terribile degli uomini.
Ricordo la prima volta che entrammo al bar Pesa, quanto coraggio prendemmo senza confessarcelo, ognuno il suo, ed entrammo.
Il Graal che cercavamo e che eravamo sicuri di trovare in quella tana di uomini era un flipper, il primo flipper elettronico che fece la comparsa in tutto il paese, in tutta la periferia, la prova dell’esistenza di un altro mondo. Da quel giorno avremmo commiserato i vecchi flipper, per la loro ingenuità, per la loro anima meccanica, per quella grafica infantile tra cow boy, clown, poker d’assi e formula uno. Il nuovo mondo aveva la faccia d’alieno, terrificante, dai profili liquidi e taglienti, affascinante ed eccitante. Violento. Quello fu sì il giorno del nostro incontro con l’alieno, ma avevamo anche varcato la soglia di un tempo, quell’altro presente dal quale le nostre madri e mio padre ci volevano tenere a tutti i costi lontani. Lasciavamo il presente della buona educazione, delle regole civili, dell’aria sana, del cibo genuino, delle bevande senza gas per entrare al Bar della Pesa.

Una mosca sulla sambuca
Una rara impurità
Che fa preziosa la sambuca

Un chicco di caffè
Di centomila anni
Sai che nervoso

Un ritrovamento

“Cosa abbiamo qui?”
Dicono gli uomini che studiano
Ciò che poi la cronaca cancella

Poiché i giornali parlano, parlano
Parlano ancora di vizi e debolezze
Per niente rari, affatto preziose.

“Abbiamo uno scoop!” dice la cronaca
“Una malefatta, una provincia, un costume
Sordido e di centomila anni fa

“Sicuro un cognato, ancora, uno zio
Uno straniero cattivo, un uomo nero
Ancora un bambino in grembo a un sambuco

“Un uomo ha bevuto ha rapito ha ucciso
Dopo mille torture, dopo fiumi di sangue
La follia, la fame, la popolarità

Ma è solo un chicco di caffè
Di centomila anni
Sai che nervoso

Non è ambra ma sambuca
Non è una mosca ma caffè
Non è una storia ma una Storia

Gli uomini la studiano
La cronaca cancella

– Ehi boiz, mi avete lasciato solo con tutto questo fumo e io non sapevo cosa farci e me lo sono fumato tutto e, santo cielo, sono rimasto fuori. Ehi boiz. Non so neanche bussare, come faccio a rientrare? Boiz, avete tutti un posto. Siete tutti diventati grandi. Io non so neanche farmi riconoscere. Boiz. Sono io. Apritemi.

Tessy mio amor del Tennessee
Tessy quanti uomini ho sparato
Quanti avverbi ho sconosciuto
Tessy l’ignoranza
Mi ha fatto amare te
Avevi quei scarponi
E dimenavi il culo
Ridevi a tutto spiano
Poi le sparavi grosse
Quanti uomini, quanti uomini
E quanti ne ho sparati io
Tessy, amore mio

Ora in California
Ripenso a Tessy e al Tennessee
Yuma mi ha cambiato
Yuma era un inferno
Sarebbe stata la mia tomba
Ma come a volte accade
Quella volta la scampai
Ma quanto mi ha cambiato
Yuma quanto mi ha cambiato
Tessy eri il mio amore
Del Tennessee eri la mia Tessy
Ed ora non so più


Californiaaaaa

– Occultismo. A cosa serve possedere e soggiogare il mondo, l’umanità per plasmarlo, per plasmarla, se in questa Casa non si trova mai un cazzo!
DOVE SONO I MIEI OCCHIALI?
Occultismo. Occultismo un cazzo!

Sono rimasto seduto vicino a un watusso il tempo necessario affinché diventasse biondo. Una mattina, mentre l’Africa si accendeva, gli parlai del mais. Gli spiegai tutto del mais. Annuiva e sorrideva. Era alto e nero, forte e fiero. Era bello. Mi concesse tutto, si compiacque perfino quando sottolineai: “Le cariossidi, riunite a maturità nel tutolo legnoso, assumono una colorazione variabile dal bianco al giallo”. Dopo tutto quel lume l’Africa tornava nera. Prima che ci addormentassimo il watusso emise un suono: “Deportami” e per un attimo sbiondì.