Quando eravamo freaks – 25.

Qualcosa insomma era successo e ci aveva trasformato, senz’altro ampliato i nostri orizzonti di interessi: nel cono di luce erano finalmente entrate le ragazze. Nel liceo ce n’era una in particolare, di Arezzo, che a Giannetto all’improvviso cominciò a piacere. Sapevamo che era di Arezzo perché con il suo accento bellissimo e chiaro e che metteva di buon umore, tutti le davano della toscana ma lei ogni volta precisava gentile, senza indispettirsi più di tanto che era di Arezzo. A Giannetto piaceva molto e una volta le scrisse una cosa che non le diede mai ma a me la fece leggere, faceva grossomodo così: “Ho raccolto un mazzo di fiori con l’escavatrice di mio padre. Ho fatto un bel lavoro. L’ho donato a te, che vivi al settimo piano e che ami sporgerti. Son salito con l’ascensore, pieno di fiori e terra e amore per te, e una copia del “Trotto”. Mi sei venuta incontro e mi hai detto tutto su Cesena. Ti amo per quello che sei, per quello che sai e per i tuoi capelli color cemento. Fai attenzione quando ti sporgi. Anima mia bella del Centritalia.”
– Ma è di Arezzo – gli dissi.
– E che importanza ha? – mi rispose, – non ho neanche un padre se è per questo.
Sentimmo aprire la porta di casa e istintivamente ci irrigidimmo, stretti da una leggera ma pungente morsa tra paura e furore. La corrente che immediatamente si creò fece sbattere la finestra della camera e quella morsa ci strinse ancora di più. Giannetto si alzò per chiudere bene i vetri mentre un profumo fortissimo occupò in un attimo tutta la casa, irrompendo nella stanza, preannunciando l’apparizione della madre. Che infatti comparve. Alzammo lo sguardo ed era lì, incorniciata nella porta, non si era tolta la giacca, portava un completo di lana leggera in pied de poul, dalle spalle larghe e imbottite, dal bavero e bottoni in velluto nero, un foulard verde prato, teneva ancora in mano la borsa quasi verde come il foulard e le sue scarpe. La sua eleganza aveva qualcosa di violento ma non era il tessuto o il taglio o le essenze, era quella donna stessa a imprimere attorno a sé una carica talmente elettrica da farla apparire pericolosa, mortale, i suoi capelli neri, folti e laccati in una piega perfetta sembravano muoversi, gonfiarsi appena in un debole respiro. Ma non eravamo che giovani freak con molta immaginazione, così accantonai i pensieri più spaventosi e presi quella figura con tutto il suo repertorio da donna adulta per quello che era: una signora vedova del mio paese che guarda caso era anche la madre del mio amico John. Ma vedevo che Giannetto non si quietava, sudava e si massaggiava le braccia, sembrava protettivo verso le sue braccia nude.
– Buonasera – disse la signora.
– Ciao mamma – disse Giannetto
– Buonasera – dissi infine io, facendo bene uso di tutta la mia buona educazione.

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