Quando eravamo freaks – 24.

Entrai e il tempo di arrivare in camera sua mi sembrava fosse ritornato il John che conoscevo, l’unico amico che avessi, mi era preso un colpo. Eppure era cambiato, sicuramente per quanto riguardasse i vestiti.
Gli presentai Jimi Hendrix, mettemmo su il disco e accompagnati da quel magnifico preciso caos elettrico iniziammo a chiacchierare. Mi accesi una sigaretta assicurandomi di buttare il fumo fuori dalla finestra, che ebbi cura di spalancare.

– Mio padre giocava con me – disse Giannetto – spesso mi raccontava delle storie che sapevano di parabole ma non avevano veramente un significato, non contenevano nessuna morale, solo la sorpresa di un finale che ogni volta mi incantava come i fuochi d’artificio di sagre lontane nelle notti d’estate o una magia sul palco semi buio di un teatro misterioso. Ce n’è una che ricordo a memoria.
– Come fa?
Giannetto ci pensò su, mi sorrise, poi si fece serio, tirò un respiro e impostò una voce calda, da adulto: – “Tommaseo fece la conta delle capre. Contò tre volte e per tre volte pensò: ‘Devo aggiungere uno scaffale a questa dispensa’. La stagione dell’abbondanza sembrava non finire. Tutti facevano progetti per il futuro e pensavano in grande. Tommaseo studiava un prato a due piani.”
– Wow, forte.
– Sì.
– Posso prendere delle noccioline?
– Certo, niente birra però. Non ne abbiamo. Mia madre come me, non beve niente. In casa tua si beve?
– Mio padre. E io, di nascosto. Gli uso anche le lamette da barba di nascosto.
– E che ci fai?
– Provo a radermi.
Mi alzai per andare in cucina inseguito dalle parole di Giannetto.
– Te la prendi con la barba che non hai ma non pensi ai tuoi capelli? Non ti dicono niente i tuoi?
Tornai con una ciotolina piena di frutta secca sbucciata, salata, forse tostata, chi lo sa, dall’aria esotica, decisamente esotica quando l’assaggiai, visto l’aroma e il sapore delle spezie con cui era condita.
– Ma non c’è mai roba italiana in casa tua?
– C’è l’acqua. Del rubinetto. È addirittura comunale.
Tornai a sedermi e ripresi il discorso sui padri, ancora sorpreso dal gusto di quelle cose misteriose, croccanti e oleose che stavo mandando giù.
– Mio padre ha anche la brillantina nel mobiletto del bagno ma non gliel’ho mai vista portare. Una volta gli ho chiesto che cosa se ne facesse, mi ha detto che era di mio nonno, la tiene per ricordo, mio nonno era stato un uomo molto elegante e così è anche mio padre.
– Tu invece.
Giannetto alludeva alla mia camicia da fante che portavo fuori dai pantaloni, sbottonata fino a metà, la maglietta bianca sotto con paperino stampato di cui si intravedeva il berretto blu, i jeans lisi a tal punto che si scorgevano le ginocchia tra la trama là dove iniziava a cedere senza speranza.
– Io sono elegante nei gesti, nel portamento e con le persone. È la mia timidezza che mi frega – dissi.
– Già, la timidezza. Noi freak siamo timidi prima di tutto.
– Ma anche un po’ eleganti.
Giannetto aveva preso da suo padre quel genere di fantasia strampalata, quelle invenzioni sospese erano veri e propri salti nell’iperspazio, i pochi metri di sentiero visibili davanti ai nostri piedi scomparivano al confronto con quello che l’ultra mente di Giannetto era in grado di creare. Lui faceva il pieno dalle sue enciclopedie le usava come carburante, poi quando meno te lo aspettavi, colpito da qualcosa, accendeva lo sguardo, metteva in moto gli ingranaggi oleati, neri, dentro il suo testone e se ne usciva con qualcosa di pazzesco e al contempo verosimile e così, velocissimi, ci tuffavamo nel buio.
Peccato che fossero in pochi a capirlo ma in fondo per me era meglio, potevo aggrapparmi a lui e balzare in un altro punto dell’universo ed ero in grado, una volta atterrati di localizzarci grazie alla mia mappa, cangiante di corrispondenze e riprendere la strada verso… verso tutto.

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