Ti canto perché tu guardi altrove, non guardare il palco, non guardare me, non guardare il maxischermo, non youtube. Spegni tutto e girati, allunga il collo, guarda là, oltre la linea, oltre i campi elettromagnetici seminati a gioventù, sui quali crescono avatar e false, infinite memorie.
Fatti una corsa, attraversa il campo, troverai papaveri ma non ti spaventare, troverai voragini di laghi neri ma non ti spaventare, troverai distese di piccoli corpi sparsi come concime, piangi se vuoi ma continua a correre. Corri corri e guarda avanti fino a che non ti scorgerai di spalle e allora girati e guardati e fatti raccontare. Forse avrò già finito di cantare, forse qualcun altro lo farà al posto mio.
Tu avrai già fatto il giro per sapere che non stiamo andando da nessuna parte. Siamo già tutti qua.

Qualcosa insomma era successo e ci aveva trasformato, senz’altro ampliato i nostri orizzonti di interessi: nel cono di luce erano finalmente entrate le ragazze. Nel liceo ce n’era una in particolare, di Arezzo, che a Giannetto all’improvviso cominciò a piacere. Sapevamo che era di Arezzo perché con il suo accento bellissimo e chiaro e che metteva di buon umore, tutti le davano della toscana ma lei ogni volta precisava gentile, senza indispettirsi più di tanto che era di Arezzo. A Giannetto piaceva molto e una volta le scrisse una cosa che non le diede mai ma a me la fece leggere, faceva grossomodo così: “Ho raccolto un mazzo di fiori con l’escavatrice di mio padre. Ho fatto un bel lavoro. L’ho donato a te, che vivi al settimo piano e che ami sporgerti. Son salito con l’ascensore, pieno di fiori e terra e amore per te, e una copia del “Trotto”. Mi sei venuta incontro e mi hai detto tutto su Cesena. Ti amo per quello che sei, per quello che sai e per i tuoi capelli color cemento. Fai attenzione quando ti sporgi. Anima mia bella del Centritalia.”
– Ma è di Arezzo – gli dissi.
– E che importanza ha? – mi rispose, – non ho neanche un padre se è per questo.
Sentimmo aprire la porta di casa e istintivamente ci irrigidimmo, stretti da una leggera ma pungente morsa tra paura e furore. La corrente che immediatamente si creò fece sbattere la finestra della camera e quella morsa ci strinse ancora di più. Giannetto si alzò per chiudere bene i vetri mentre un profumo fortissimo occupò in un attimo tutta la casa, irrompendo nella stanza, preannunciando l’apparizione della madre. Che infatti comparve. Alzammo lo sguardo ed era lì, incorniciata nella porta, non si era tolta la giacca, portava un completo di lana leggera in pied de poul, dalle spalle larghe e imbottite, dal bavero e bottoni in velluto nero, un foulard verde prato, teneva ancora in mano la borsa quasi verde come il foulard e le sue scarpe. La sua eleganza aveva qualcosa di violento ma non era il tessuto o il taglio o le essenze, era quella donna stessa a imprimere attorno a sé una carica talmente elettrica da farla apparire pericolosa, mortale, i suoi capelli neri, folti e laccati in una piega perfetta sembravano muoversi, gonfiarsi appena in un debole respiro. Ma non eravamo che giovani freak con molta immaginazione, così accantonai i pensieri più spaventosi e presi quella figura con tutto il suo repertorio da donna adulta per quello che era: una signora vedova del mio paese che guarda caso era anche la madre del mio amico John. Ma vedevo che Giannetto non si quietava, sudava e si massaggiava le braccia, sembrava protettivo verso le sue braccia nude.
– Buonasera – disse la signora.
– Ciao mamma – disse Giannetto
– Buonasera – dissi infine io, facendo bene uso di tutta la mia buona educazione.

Entrai e il tempo di arrivare in camera sua mi sembrava fosse ritornato il John che conoscevo, l’unico amico che avessi, mi era preso un colpo. Eppure era cambiato, sicuramente per quanto riguardasse i vestiti.
Gli presentai Jimi Hendrix, mettemmo su il disco e accompagnati da quel magnifico preciso caos elettrico iniziammo a chiacchierare. Mi accesi una sigaretta assicurandomi di buttare il fumo fuori dalla finestra, che ebbi cura di spalancare.

– Mio padre giocava con me – disse Giannetto – spesso mi raccontava delle storie che sapevano di parabole ma non avevano veramente un significato, non contenevano nessuna morale, solo la sorpresa di un finale che ogni volta mi incantava come i fuochi d’artificio di sagre lontane nelle notti d’estate o una magia sul palco semi buio di un teatro misterioso. Ce n’è una che ricordo a memoria.
– Come fa?
Giannetto ci pensò su, mi sorrise, poi si fece serio, tirò un respiro e impostò una voce calda, da adulto: – “Tommaseo fece la conta delle capre. Contò tre volte e per tre volte pensò: ‘Devo aggiungere uno scaffale a questa dispensa’. La stagione dell’abbondanza sembrava non finire. Tutti facevano progetti per il futuro e pensavano in grande. Tommaseo studiava un prato a due piani.”
– Wow, forte.
– Sì.
– Posso prendere delle noccioline?
– Certo, niente birra però. Non ne abbiamo. Mia madre come me, non beve niente. In casa tua si beve?
– Mio padre. E io, di nascosto. Gli uso anche le lamette da barba di nascosto.
– E che ci fai?
– Provo a radermi.
Mi alzai per andare in cucina inseguito dalle parole di Giannetto.
– Te la prendi con la barba che non hai ma non pensi ai tuoi capelli? Non ti dicono niente i tuoi?
Tornai con una ciotolina piena di frutta secca sbucciata, salata, forse tostata, chi lo sa, dall’aria esotica, decisamente esotica quando l’assaggiai, visto l’aroma e il sapore delle spezie con cui era condita.
– Ma non c’è mai roba italiana in casa tua?
– C’è l’acqua. Del rubinetto. È addirittura comunale.
Tornai a sedermi e ripresi il discorso sui padri, ancora sorpreso dal gusto di quelle cose misteriose, croccanti e oleose che stavo mandando giù.
– Mio padre ha anche la brillantina nel mobiletto del bagno ma non gliel’ho mai vista portare. Una volta gli ho chiesto che cosa se ne facesse, mi ha detto che era di mio nonno, la tiene per ricordo, mio nonno era stato un uomo molto elegante e così è anche mio padre.
– Tu invece.
Giannetto alludeva alla mia camicia da fante che portavo fuori dai pantaloni, sbottonata fino a metà, la maglietta bianca sotto con paperino stampato di cui si intravedeva il berretto blu, i jeans lisi a tal punto che si scorgevano le ginocchia tra la trama là dove iniziava a cedere senza speranza.
– Io sono elegante nei gesti, nel portamento e con le persone. È la mia timidezza che mi frega – dissi.
– Già, la timidezza. Noi freak siamo timidi prima di tutto.
– Ma anche un po’ eleganti.
Giannetto aveva preso da suo padre quel genere di fantasia strampalata, quelle invenzioni sospese erano veri e propri salti nell’iperspazio, i pochi metri di sentiero visibili davanti ai nostri piedi scomparivano al confronto con quello che l’ultra mente di Giannetto era in grado di creare. Lui faceva il pieno dalle sue enciclopedie le usava come carburante, poi quando meno te lo aspettavi, colpito da qualcosa, accendeva lo sguardo, metteva in moto gli ingranaggi oleati, neri, dentro il suo testone e se ne usciva con qualcosa di pazzesco e al contempo verosimile e così, velocissimi, ci tuffavamo nel buio.
Peccato che fossero in pochi a capirlo ma in fondo per me era meglio, potevo aggrapparmi a lui e balzare in un altro punto dell’universo ed ero in grado, una volta atterrati di localizzarci grazie alla mia mappa, cangiante di corrispondenze e riprendere la strada verso… verso tutto.

Ora ho gli occhi blu perché
Avevo gli occhi su di te
Ma non eri tu
Per tutta la notte ho visto il tuo riflesso
Nello specchio di un bicchiere
Colmo. Era sempre colmo
Non hai bevuto un goccio
Non ho staccato gli occhi questa notte
Li ho tenuti su di te
Sul tuo riflesso in un bicchiere
Di Curaçao.

Avevo una mappa precisa
L’avevo disegnata un’estate
Dopo un temporale
L’arcobaleno, dietro il campanile
Scappai con la mappa precisa
Ero sicuro di tutto
Ma qualcosa non è andato
Le lune, le estati, gli inverni
La pioggia è ritornata sempre.

Ho rincorso tante voci
Ho cercato di stare al passo con le dicerie
Sentivo le parole uscire dalle bocche
Comprese quelle mie
Ma qualcosa non andava
Qualcosa mi diceva
Guarda indietro, guarda avanti, guarda dentro

Questa notte ho visto te
Nello specchio di un bicchiere
Un amore blu
Un’America latina
Il fondo del mare
Il forziere e il suo tesoro
Rimasto chiuso tutto questo tempo
Con il mio disegno
Ma ti alzi e già piove
La notte è finita
E com’è tutto fine e preciso
All’inizio del mattino.

Camminami softly sulle falangi
Mio amor del Venezuela
Pressami softly mio amor
Spaccami softly y maròn
E portami via via via dal Venezuela
Portami a, chessò?
Non a Chiasso amor
Volevo intendere chessò? portami a Cesena
Dove l’amor non si sderena e dura una vita, vita mia
Mio amor del Venezuela
Avremo piade tutta la vita, vita mia
Metteremo piede e avremo piade per cena
A Cesena dove il mare è basso e non tradisce.
Amor camminami softly sulla schiena
Mettiti i tacchi sospirami softly
Lasciami i segni così che poi
Ci troviamo per fuggire
Mio amor dal Venezuela
Aaaaaaayyyyyeeeeaaaaayeeeahhhh

featuring Guns n’ Roses

Vado sul palco con questo maglione, con questi pantaloni, non ne ho altri.
E canto mille canzoni, ogni sera diverse.
Vado sul palco con questo maglione, con questi pantaloni, sempre gli stessi.
E canto a mille spettatori, ogni sera diversi.
Ho visto mille città, mille auto di mille colori,
Mille fiumi, mille ponti, mille boulevard, mille forme di pane.
E ho portato sul palco sempre un maglione, questi pantaloni ancora buoni.

Ora sono cambiato, mi è rimasta una sola canzone
La canterò bene, ancora, ancora e ancora. Fino alla fine.
Perché ora come ora mi pare tutto uguale.