– Paul sei tu? Sei tornato? Sei in cucina? Hai aperto tu il frigo, è del frigo la luce accesa? Paul il latte è scaduto, ti avverto Paul, non fare niente col latte. Ma sei tu Paul? Sono i tuoi passi quelli che sento? Non sento bene, sembrano i tuoi passi quando porti le Clark. Ma ci sono le finestre aperte e arriva il rumore della città, le sirene, i clacson, i filobus, i tram, qualche elicottero, grida lontanissime, forse uno sparo, o due, o sei tu Paul? Stai sparando lì in corridoio? Paul che stai facendo? Mio dio Paul, non ti sento più adesso. Ma che succede Paul? Che succede, sei tu Paul, sei lì? Che stai facendo?
– Niente, niente.

Torre che vesti sottana
Ti ergi sulle prime silenziosa
Nella cameretta

Al primo abbaglio azzurrino
Il rumore di show divampa
E prendi la posa ostile

Con il conto sommario delle calorie
Fantastichi un piano preciso
Stracci la veste mostri le mura

E bofonchi nell’aria
Di cose serissime
Come miti morti e viti

Un righello misura se stesso
Una goccia di latte scade
Le voci di amici ti passano accanto

Solo un’intuizione ti salva
Per oggi ancora sei salva
Senza i tuoi dread domani affogheresti

Ascendendo le scale
Mobili eppure immobili
E tu neppure calva

– Perché ti struggi?
– Dimmi che mi odi. E poi via, vattene via, lontano da me. Repentino.
– Repentino?
– Repentino, repentino. E ora mollami che mi struggo un paio d’orette. Dimmi che mi odi. Dimmi che mi odi.
– Io ora metto Vivaldi.
– Questa vita dolorosa, questo vuoto, questo abisso, nessuno capisce più nessuno.
– Metto Vivaldi.
– Vattene via, la vita è così aspra. Fa schifo. E le mie vene intorcinate, verdi, sottopelle, sono condotti di scarico. Dentro me circolano scorie. Circolano delle belle scorie. Ma pur sempre scorie.
– Ascolta.
– Un golfo rosso, infuocato da un tramonto non è altro che una sacca di sangue e io, ritto sul pontile, guardo l’orizzonte, sospeso, intorcinato, crudele, immondo, indifferente. Dimmi che mi odi.
– È Vivaldi.
– Ma tu mi odi, cazzo.
– ’scolta. È Vivaldi, ’scolta, ’scolta.