“Le coincidenze non esistono.”

Trenitalia

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Ho fatto molta terapia di gruppo, erano degustatori di Fontal. Tre anni. In grotte carsiche. Ho imparato a prendere la parola, a tenerla, a contrattarla, a scambiarla per un pezzo di Fontal. C’era molta umidità, ho preso molta umidità e freddo in quel periodo. Non è stato uno scherzo. C’era uno di nome Mueller – veramente il cognome –, portava i capelli in un modo curioso, erano rossi, di un rosso curioso. Il taglio, il colore sembravano aver preso il sopravvento sulla sua testa, sulla sua mente: un parassita, di un rosso prezioso e raro che gli dava un’aria distante, di uno partito da un secolo pur avendo fatto solo pochi metri, oppure tornato da paesi complicati e non ancora del tutto arrivato. Gli mancavano sempre, o aveva guadagnato, solo pochi metri. Ma quando prendeva la parola i suoi racconti luccicavano, le frasi scorrevano come torrenti brillanti. Portava una gioia fresca, vitale e limpida che tuttavia non arrivava per una manciata di metri; oppure portava una tristezza che ci superava di poco e rimaneva lì. Non se ne andava.
Il Fontal aiutava un poco, si faceva tagliare. Mueller non finiva mai il suo racconto e quand’anche fosse successo, nessuno ebbe mai modo di accorgersene, noi tutti tornavamo improvvisamente a Mueller, ai suoi capelli, al rosso di cui era pervaso, in piccole macchioline, fin sul dorso delle mani, quando afferravano il coltellone per tagliare il Fontal con un rammarico in tutta la sua persona, e in noi, che descrivere non saprei.
Il professor Miti tendeva a lodare Mueller poiché questi aveva in effetti un bel gesto, inaspettatamente rapido e deciso ma soprattutto elegante.
Nei miei primi tentativi di prendere la parola, una volta riuscii a strappare al gruppo qualcosa di molto simile a una sentenza. Il professor Miti poi mi corresse ma lì per lì, con quella cosa che dissi, gelai l’umidità, la gelai e la seccai, durò poco è vero, ma una cosa riuscii a notarla: Mueller, per un momento, per un solo momento ma profondo come un abisso, Mueller si fece vicino. Si fece vicino e si fece castano.
E fu opera mia.

Ho baciato una balena si era arenata su di me. l’ho svegliata con uno schiocco dietro l’orecchio. l’ho baciata, era fredda, era tanta, era bianca. E nera. A stento mi ha guardato, mi ha detto non ho più voglia. Le ho detto ma se ho appena cominciato. Mi ha detto il tuo amore mi pressa. Le ho detto cara balena, non te ne volere, ma sei su di me, sul mio sterno, chi mi pressa è la tua noia. Ha chiuso gli occhi, ha cercato di farsi piccola, accanto a me. Ho aperto il comodino ho preso una boccetta di profumo ne ho versato tre gocce sul foulard, l’ho legato piano intorno al suo collo. Tutto a stento. Ha stento l’ho girata, l’ho tratta a me, l’ho fissata a stento e a stento mi ha abbracciato. A stento e senza mani. Ci siamo addormentati in un mediterraneo che era casa mia. Al caldo e abbiamo ricominciato a sognare. Questa volta ci è venuto bene, eravamo eleganti. Balena, e tu mi amavi. E ti veniva bene. E io ti amavo. Ed ero elegante. E tutto ci veniva bene.

– Major tu mi plagi, mi plagi e mi sputi. Se va bene la svango ma tu mi plagi Major.
Major. Chi c’è dopo me? Lo sai già, uno che all’anagrafe di nome fa di Livio. E tu lo vedi già plagiato farsi largo come Di Luvio, il nuovo mito. Che viene dopo me. Dopo di me il Di Luvio.
Major. Ma chi viene dopo di te?