– Buongiorno, mi chiamo Delia Piombo, soprattutto i piedi.

– Hanno spostato il qui e ora là, proprio dieci minuti fa.
– Per Giove. Le spiace allora se
– Prego, vada, vada pure.

‎- Io di me faccio conoscere prima di tutto i plantari. Mi apro con i plantari.
– Bene.
– Poi il segno. Non prima. Prima i plantari. Tipo che se uno mi chiede di che segno sono senza sapere dei miei plantari, non esiste che glielo dico.
– Va bene, va bene.
– Segno?
– Zoccoli.

Ho messo su Apache. Son davanti a carne in gelatina, una latta è già finita. Continua imperterrita Apache. La fòrmica sotto vettovaglie, spianata come prateria, mostra quanto è limitato questo west. Finisco la carne, finisco la gelatina, finisce Apache, spengo e senza pensarci più sopra, mi sparo.
Arrivederci.

“Nell’Antro di Gova le rocce si ergevano puntute dal fondo liquamoso coperto da una densa, bassa, fredda nebbia. Nude e dritte le rocce parevano denti, zanne o costole spezzate di mammiferi dannati. Nel buio la condensa di umidità sospesa e fosforescente, in balia delle correnti d’aria mefitica, rischiarava i profili aguzzi di quella carcassa di pietra, ventre nel ventre dell’Antro di Gova.”
– Avanti ’n’antro! Mi piace come sta venendo, Johnny.
– Hai qualcosa per l’acidità di stomaco?
– Ho queste.
– Ok. Ne prendo due?
– Dice massimo quattro.
– E allora due vanno bene.
“Nell’Antro di Gova il freddo umido e mortale ghiacciava e ammalava il respiro, riducendo i comuni mortali a comuni morti. Anche i comuni mortali avrebbero potuto ridurre l’umido mortale a umido morto ma mai a nessuno era venuto in mente un’idea così singolare e così… invertita. Solo William di Pavelok, detto l’invertito, provò ad azzardarne una visione ma non fece in tempo perché fu lapidato a Pavelok con la ghiaia fine della riva, in riva al mare di Ost che separava le città di Pavelok e Mozow. Quella di William fu una morte tanto orribile quanto lenta.”
– Se non ti dispiace prenderei anche le altre due.
– Tieni, ma non vuoi che ti faccia un brodo, Johnny?
– Ti ringrazio, altre due di quelle e andrò a posto. Devono essere gli uffici qui in alto, non stanno mai veramente fermi. La produzione ha voluto che noialtri autori lavorassimo quassù per non interrompere, così ho sentito, il flusso creativo, credo anche grazie al fatto che gli uffici non stanno mai veramente fermi. Ma questo rollio mi fa soffrire e tuttavia anche a questo ha pensato la produzione: bruciore, dolore, lo stomaco corroso dagli acidi, tutto per ottenere una scrittura sofferta a beneficio dell’atmosfera dell’Antro di Gova. Io nell’Antro di Gova ci butterei quel tubetto di compresse, maledizione. Credo che impazzirò
– Io vado giù dagli scenografi. Chiamami per quel brodo. Quando vuoi.
– Ok.