Ho scritto un romanzo con il finale aperto. Ho lasciato il finale aperto, torno e cosa scopro? Mi hanno svaligiato il romanzo.

Annunci

Ero pieno di losanghe, più concentrate sul petto, meno lungo i fianchi, mentre la mia Trudy giaceva supina e nuda sulla rete ghiacciata del letto. Il materasso era sparito già da un po’. Noi dormivamo come potevamo, supini o riversi, sulle maglie di ferro, per questo tutte quelle losanghe.
Erano tempi che stavano cambiando, ci stavamo scordando l’ultimo ventennio e già muovevamo i primi passi sulla riva bassa del lustro nuovo, il primo di quanti? Le cose cambiavano, le cose sparivano, altre nuove apparivano. Nel nostro caso materasso e losanghe. E Trudy. Fino a cinque giorni prima non c’era e ora dormiva supina sul mio letto.
Verso il pomeriggio le losanghe sparirono, Trudy era altrove, nella piccola cucina, grande come un montacarichi bloccato a un quarto piano; oppure la trovavo ferma a metà del corridoio ed era magnifica perché era impossibile capire in che direzione andasse. Apparentemente immobile ma tesa come un vettore puntiforme mentre intorno gli assi cambiavano, i tempi cambiavano, le geometrie comparivano e sparivano.
“Trudy,” le dissi, “lasciati andare.”
“Lo sto facendo.” E mi guardò – me ne accorsi in quel momento – per la prima volta. Mi guardò gli occhi e ripeté loro: “Lo sto facendo”.
“Trudy”.
“Io sto precipitando” e sparì davanti a me, davanti ai miei occhi.
Nel vuoto improvviso, nell’istante preciso che seguì, sentii un rumore come di cinghie e argani e di masse ferrose provenire dalla cucina. Vi andai, l’aria si era fatta liquida e densa, i suoni sparirono e una piccola luce usciva dal frigo aperto. Avrei voluto scendere anch’io. Avrei voluto uscire anch’io. Avrei voluto cambiare. Ma mi addormentai, sul materasso ritrovato all’improvviso. O era sempre stato lì?

Il suo accento inglese gorgogliava annegando espressioni profonde e misteriose. Stentavo a credergli non perché non mi fidassi ma per tutto quell’alone di mistero. Citava l’India in continuazione. A proposito della lana, della seta, dell’acrilico. Anche il fiato di malto non lo giudicavo del tutto un buon segno. Così verso le quattro con una scusa mi allontanai, raggiunsi un salone e telefonai a un taxi, quando tornai di là molti degli invitati si erano radunati intorno al pianoforte. Le prime note, accerchiate, uscirono chiedendo permesso. Una volta aperto il varco Wagner fece irruzione e si impadronì di tutto. Il mio uomo era solo e incerto davanti al tavolo dei liquori. Una mano posata, le nocche sulla tovaglia, l’altra a piombo gli tendeva il braccio verso il pavimento. Lo sguardo toccava le bottiglie come le mazzuole di un xilofono. Ancora non si era arrestato che gli fui vicino e suggerii la soluzione: – Bourbon.
– Lei crede? – rispose senza smettere di suonare con gli occhi.
– E poi una schizzatina di gin -, affondai con eleganza.
Wagner si intromise quando il mio uomo si voltò e incrociò il mio sguardo.
– Le ho mai detto di Bombay? – Disse, ma non sembrava voler proprio cambiare discorso. Un altro dei suoi aneddoti legava Bombay al Bourbon o al gin. Prima di continuare tossì, evocando del catarro che deglutì dopo un istante, mentre pensava all’aggancio. E fu uno stacco d’orchestra: tirò su col naso rianimò il braccio morto sul fianco, afferrò una bottiglia di Sherry, svitò il tappo con il pollice di una mano mentre con l’altra, che mi era sembrata solo nocche, già reggeva elegante un bicchiere strappato al volo dal tavolo, versò e riposò la bottiglia. Wagner ora annuiva in silenzio ad occhi chiusi. Guardai il tappo lasciato sul campo immacolato. Lo giudicai un buon soldato che aveva fatto il suo dovere. Dal pianoforte scoppiò un applauso.
– La stanno chiamando, credo – disse facendo un cenno col capo.
Mi girai verso il pianoforte e vidi un uomo in uniforme farsi largo. Era il tassista. Sembrava nervoso, ma nessuno gli badava. Si stava avvicinando.
– Tornando a Bombay -, continuò il mio uomo, e bevve un sorso.
– Lasci andare -, dissi, – la chiamerò domattina.
Mi girai e andai incontro al tassista, gli impedii di parlare e mi feci seguire fuori. Faceva freddo ma soprattutto c’era silenzio e la cosa mi dava fastidio.
– Tu -, fece per dire finalmente l’uomo in uniforme che ora poteva mettere il naso fuori da quel travestimento.
– Non fiatare e portami a casa, Marcelo.
Il mio uomo, il mio vero uomo mi portò a casa.

– Quando una donna ti guarda male, in verità ti sta dicendo che le piaci. Ma quando una donna ti guarda male è perché la stai disgustando profondamente e ti sta dicendo che non c’è nulla che tu possa fare per rimediare, perché sei un uomo infimo, piccolo, e fai schifo. Ma quando una donna ti guarda male, in fondo in fondo le piaci.
– Non capisco.
– Infatti.

– Il pubblico non è pronto per questa roba, John. Tu sei troppo avanti, corri troppo. Un brutto vizio che non ti vuoi togliere. Così non arriverai mai al tuo pubblico. Il pubblico non arriverà mai a te. Rallenta, John.
– Il pubblico mi segue a distanza, io apro i sentieri. Dove prima erano mura, montagne, deserti, mari sconosciuti io, da pioniere che sono, traccio il primo sentiero.
– Sarà, ma per me corri troppo. Dov’è il bagno?
– In fondo a destra.