Erny

Mia nonna è morta a Orlando. Mi scrisse “caro, me ne sto andando”. Mi disse “ragazzo mio”. Mi disse di mio padre, cose che non capii, cose di camion, di trasporti, di cose internazionali, quando tutta la mia geografia arrivava al campetto di fronte casa e appena qualcosa oltre. “Me ne sto andando ragazzo mio. Ti vorrei tanto abbracciare ma so che ti farebbe un segreto dispiacere. Sai che ti voglio bene. Abbi cura di tuo padre e dei suoi camion. Conserva le note delle canzoni che hai sentito nel quartiere quando ti badavo, ti tenevo, ballavo con te. Piccolo uomo transcontinentale.”
Proprio così mi scrisse: transcontinentale. Mi fece tanta paura che da mio padre scappai, non prima di averlo colpito.
Vidi il deserto, fu la prima cosa oltre il campetto. Conobbi la strada, la sete, migliaia di odori, l’uomo sconosciuto, la donna sconosciuta, il piacere, il tradimento e vidi tutto quanto e me negli occhi di mio figlio. Allora mi ricordai di mio padre, dei suoi camion. Tornai da lui con l’ultimo nato. E il ricordo di una madre che non era la mia, era la madre di mio padre.
Alle soglie di Orlando crepai, in braccio mio figlio, un camion usciva di strada, il camposanto tremava. Ma Erny crebbe forte, con la schiena dritta, tutto da solo, lui e il suo futuro.
Un futuro principalmente senza nonne.

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