La groupie

Interno giorno. Salotto post-borghese. Anno 2001. In un appartamento ereditato con arredo originale, contaminato da presenze contemporanee, una donna di cinquantatre anni è seduta ampiamente comoda sul suo divano. Indossa una maglia a girocollo di cachemire bianco panna, collana e bracciali d’oro, gonna di lana fumo di Londra, collant carne, scarpe nere con laccio, tacco basso. Un uomo, discreto ma con una curiosità professionale, la intervista.
– Lei è?
– Ingegnere.
– Ingegnere?
– Ingegnere nucleare. Lavoro al centro di ricerche governativo, dipartimento energia.
– Che incarico svolge?
– Sono vice direttore.
– Complimenti. Deve essersi impegnata duramente e studiato tanto per avere le competenze e un incarico così di responsabilità.
– Sì, ho studiato tanto.
La donna si tocca la collana mentre parla, le gambe accavallate, il braccio disteso sulla spalliera del divano, un po’ sbilanciata verso il braccio, rilassata ma pronta a scattare in qualsiasi momento. Giudica quella situazione relativamente innocua ma non si sa mai. Ha acconsentito all’intervista dopo essersi accertata che non le avrebbe procurato problemi nella sua vita privata, con il governo, con il suo lavoro.
– A che età ha cominciato a studiare sul serio, voglio dire, immagino, la vocazione, il talento per una materia come questa, l’ambizione, insomma devono esserci state delle avvisaglie già in età precoce.
– Da bambina, infatti. Ho imparato presto a giocare con i numeri, ho scoperto le operazioni aritmetiche da sola, si può dire. Mi piaceva contare.
– Che tipo di rapporti aveva con le sue coetanee. Si sentiva a suo agio? Facevate dei giochi insieme oppure passava tutto il tempo da sola, preferendo magari lo studio.
– No, avevo delle compagne di gioco, avevo dei buoni rapporti anche a scuola, ma non ricordo ci fosse qualcuno di importante, un’amica del cuore, come si dice.
– E Stesi Valla?
– Stesi è venuta tempo dopo, eravamo già al liceo ma non vorrei parlare di Stesi. Avevamo detto.
– Mi scusi ha ragione. Torniamo agli anni in cui era ancora una bambina, se pur dotata di talento.
– Sì ma, vede, non era una cosa che si notava. Allora era tutto molto semplice e anch’io, come del resto anche oggi, ero una bambina semplice.
– Ma qualcuno poi se n’è accorto.
– È successo al primo anno di liceo.
– Ascoltava già la musica pop?
– C’era la radio, i Juke-Box, qualche televisione, non si poteva fare a meno di sentire. Capitava anche di vedere dei gruppi suonare nei locali. Saltavano fuori, occupavano una parete, avevano delle chitarre enormi, erano come pesci in un acquario. Sì, davano questa impressione: di stare in un acquario. Noi si ballava, era divertente. All’inizio era diverso, non c’era tutto questo bisogno di. Era divertente.
– Poi cos’è successo?
– Ci hanno fatto delle proposte, hanno cominciato a fare delle proposte a tutte. Erano.
– Che tipo di proposte?
– Erano interessanti, abbiamo accettato praticamente tutte, non ne era rimasta una che non volesse fare la – almeno che io sappia, ma è andata sicuramente così.
– Può spiegare meglio?
– Le groupie. Ci pagavano per fare le groupie. Non è che ci dessero soldi veri e propri ma avevamo tutti gli ingressi gratuiti e qualche consumazione; vestiti, a volte, per le trasmissioni speciali o nei concerti importanti con la televisione e tutto. Era una cosa seria, abbiamo fatto una specie di corso e poi un tirocinio. Alla fine decidevano se andavi bene oppure no.
– E lei? Come è andata?
– Bene, ho fatto due anni, mi hanno usata molto, ero bravina. Sono stata a tanti di quei concerti e programmi tv.
“Ma eravamo così tante. Ci preparavano in una palestra che mi sembrava enorme. C’era un istruttore diverso a seconda del gruppo o del cantante che andavamo a sentire. Per i Beatles c’era Mr. Dave, uno piccolo e rotondetto, con i capelli a spazzola. Aveva sempre una camicia bianca con i gemelli e i pantaloni a vita molto alta. Si muoveva tantissimo sopra la pedana, sudava molto ma non l’ho mai visto rimboccarsi le maniche. Mai una volta. Le teneva sigillate ai polsi con quei gemelli e in certi periodi dell’estate le assicuro che faceva davvero caldo lì dentro. Giravano delle voci che avesse le braccia deturpate o dei tatuaggi compromettenti ma non ho mai capito in che cosa avrebbero dovuto comprometterlo. Ogni tanto mostrava un piglio militaresco. Tuttavia era quasi sempre gentile anche se molto intransigente.
“Quando ci guardava e si fermava, si fermava tutto e noi sentivamo i nostri respiri, il sudore colarci addosso e la colpa di qualcosa. Il suo sguardo ci ricordava che avevamo profondamente colpa e per un breve istante tutta quella cosa pareva una macchinosa forma di punizione. Ma durava pochissimo e non so quante di noi lo potessero capire fino in fondo.
– Lei però aveva talento.
– Sì, deve essere stato per quello, forse è una cosa che sentivo solo io.
– E Stesi Valla.
– La prego.
– Mi scusi ma è molto difficile non ricordare.
– Per me è ancora molto difficile dimenticare.
– Come desidera. Torniamo a quelle esercitazioni, può raccontare come funzionavano?
– Ha detto bene, assomigliavano a delle esercitazioni o a schemi d’azione di un qualche sport di squadra. Provavamo sui brani che sarebbero stati eseguiti al concerto. Era tutto preparato fin nel minimo dettaglio: dalle posizioni – che seguivano una precisa geometria in funzione delle telecamere e della coreografia sul palco – ai movimenti singoli e d’insieme, alle urla e agli svenimenti, ai pianti. Tutto.
– Si può dire che anche il vostro era uno spettacolo.
– Assolutamente. C’erano delle volte che eravamo così affiatate, così brave, così pop che ci convincevamo di essere noi il vero spettacolo, che i gruppi venissero per vedere noi e invece di applaudire suonavano.
– È piuttosto paradossale non trova?
– In un certo senso sì.
– E si ricorda come faceva? Può rifarci qualcosa? Quello che le veniva meglio, una scena di allora.
– Oddio, sì. Così, con i pugni chiusi e vicini, davanti al petto, i pollici all’esterno, come tenendo maldestramente della sabbia che scivoli tra le dita. I gomiti uniti in basso, alla bocca dello stomaco. Lo sguardo supplichevole. Per lacrimare avevamo delle cose da mettere, delle specie di pomate da spalmare appena sopra gli zigomi.
– E poi?
– Poi si gridava.
– Può farci sentire?
– EEEEEEEEEEEEEAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAhhhhhh.
– Stupefacente.
– C’erano anche quelli, sì.

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