Arpeggio, e con voce calda di culo, dico Nietzsche, dico Standa, dico Casadei. Mi riempio di condizionali e ci do dentro con le corde, sono tutto in mi, qua. Vieni qua Beatrice mia e facciamoci uno shampoooooooo. Perché questa storia non finisce, non finisce col risciacquooooooooo. Bea mia Bea mia.
Una sosta, un giro, quattro accordi, una riflessione e sbavo verità sul giornale di quattro giorni fa. Tutto mi passa davanti Bea mia, arpeggio e passano le Audi, arpeggio e passano famiglie, passano miracoli, le banalità, per non parlare dei pelati. Bea mia vieni qua, vieni da me col tuo profumo di sugo e prendiamo un’altra via. Finiamola col latte, finiamola con il latte, prendiamo un’altra via, ce n’è tante Bea mia basta una, un’altra via e saremo tutta un’altra cosa.
Ora vieni qua e facciamoci uno shampooooooo. Perché la nostra storia sai non finirà, certo col risciacquooooooooooo.
Chitarre, basso, batteria.

Mia nonna è morta a Orlando. Mi scrisse “caro, me ne sto andando”. Mi disse “ragazzo mio”. Mi disse di mio padre, cose che non capii, cose di camion, di trasporti, di cose internazionali, quando tutta la mia geografia arrivava al campetto di fronte casa e appena qualcosa oltre. “Me ne sto andando ragazzo mio. Ti vorrei tanto abbracciare ma so che ti farebbe un segreto dispiacere. Sai che ti voglio bene. Abbi cura di tuo padre e dei suoi camion. Conserva le note delle canzoni che hai sentito nel quartiere quando ti badavo, ti tenevo, ballavo con te. Piccolo uomo transcontinentale.”
Proprio così mi scrisse: transcontinentale. Mi fece tanta paura che da mio padre scappai, non prima di averlo colpito.
Vidi il deserto, fu la prima cosa oltre il campetto. Conobbi la strada, la sete, migliaia di odori, l’uomo sconosciuto, la donna sconosciuta, il piacere, il tradimento e vidi tutto quanto e me negli occhi di mio figlio. Allora mi ricordai di mio padre, dei suoi camion. Tornai da lui con l’ultimo nato. E il ricordo di una madre che non era la mia, era la madre di mio padre.
Alle soglie di Orlando crepai, in braccio mio figlio, un camion usciva di strada, il camposanto tremava. Ma Erny crebbe forte, con la schiena dritta, tutto da solo, lui e il suo futuro.
Un futuro principalmente senza nonne.

Ho raggiunto il Nirvana ma era chiuso. Allora sono rimasto fuori, ho gironzolato un po’ sulla grande piazza lastricata.
C’era un cane seduto che si grattava il collo con una delle due zampe posteriori. Tra il godimento e il fastidio, l’azione e la sua concentrazione non gli permettevano di aprire gli occhi ma ero sicuro che si era accorto di me. Non dissi niente, aspettai in piedi.
La sabbiolina, il fine pietrisco sul selciato scricchiolavano al minimo movimento dei mocassini che calzavo con imbarazzo. Non portavo mocassini e calze bianche da quando lasciai il paese. Me li ritrovo ora che ho raggiunto il Nirvana. Non ho giustificazioni, meno male non servono perché altrimenti non saprei proprio cosa dire.
Molto strano che sia chiuso e non ci sia nessuno. C’è un cane questo sì, ha smesso di grattarsi, ora è ritto su tutte e quattro le zampe, sembra indeciso. Ha deciso. Ha deciso di morsicarmi. Ehi, non fare scherzi, non ho raggiunto il Nirvana per farmi morsicare da un cane.
Mi metto a correre, la bestia mi insegue e, senza che me ne renda conto, tutto torna indietro, io torno indietro, il cane mi viene dietro.
Corro e la strada che percorro è tale e quale via Dante, così questo non è più il Nirvana: è Riccione. Davanti una pasticceria c’è mia madre, mi guarda correre e non dice niente. Però ferma il cane, sembrano conoscersi. Mangiucchiano biscotti al burro e si dimenticano di me.
Torno a casa con un taxi. Devo essermi sbagliato. Un’altra volta. Quanto mi costa la vita. Solo di taxi.

Interno giorno. Salotto post-borghese. Anno 2001. In un appartamento ereditato con arredo originale, contaminato da presenze contemporanee, una donna di cinquantatre anni è seduta ampiamente comoda sul suo divano. Indossa una maglia a girocollo di cachemire bianco panna, collana e bracciali d’oro, gonna di lana fumo di Londra, collant carne, scarpe nere con laccio, tacco basso. Un uomo, discreto ma con una curiosità professionale, la intervista.
– Lei è?
– Ingegnere.
– Ingegnere?
– Ingegnere nucleare. Lavoro al centro di ricerche governativo, dipartimento energia.
– Che incarico svolge?
– Sono vice direttore.
– Complimenti. Deve essersi impegnata duramente e studiato tanto per avere le competenze e un incarico così di responsabilità.
– Sì, ho studiato tanto.
La donna si tocca la collana mentre parla, le gambe accavallate, il braccio disteso sulla spalliera del divano, un po’ sbilanciata verso il braccio, rilassata ma pronta a scattare in qualsiasi momento. Giudica quella situazione relativamente innocua ma non si sa mai. Ha acconsentito all’intervista dopo essersi accertata che non le avrebbe procurato problemi nella sua vita privata, con il governo, con il suo lavoro.
– A che età ha cominciato a studiare sul serio, voglio dire, immagino, la vocazione, il talento per una materia come questa, l’ambizione, insomma devono esserci state delle avvisaglie già in età precoce.
– Da bambina, infatti. Ho imparato presto a giocare con i numeri, ho scoperto le operazioni aritmetiche da sola, si può dire. Mi piaceva contare.
– Che tipo di rapporti aveva con le sue coetanee. Si sentiva a suo agio? Facevate dei giochi insieme oppure passava tutto il tempo da sola, preferendo magari lo studio.
– No, avevo delle compagne di gioco, avevo dei buoni rapporti anche a scuola, ma non ricordo ci fosse qualcuno di importante, un’amica del cuore, come si dice.
– E Stesi Valla?
– Stesi è venuta tempo dopo, eravamo già al liceo ma non vorrei parlare di Stesi. Avevamo detto.
– Mi scusi ha ragione. Torniamo agli anni in cui era ancora una bambina, se pur dotata di talento.
– Sì ma, vede, non era una cosa che si notava. Allora era tutto molto semplice e anch’io, come del resto anche oggi, ero una bambina semplice.
– Ma qualcuno poi se n’è accorto.
– È successo al primo anno di liceo.
– Ascoltava già la musica pop?
– C’era la radio, i Juke-Box, qualche televisione, non si poteva fare a meno di sentire. Capitava anche di vedere dei gruppi suonare nei locali. Saltavano fuori, occupavano una parete, avevano delle chitarre enormi, erano come pesci in un acquario. Sì, davano questa impressione: di stare in un acquario. Noi si ballava, era divertente. All’inizio era diverso, non c’era tutto questo bisogno di. Era divertente.
– Poi cos’è successo?
– Ci hanno fatto delle proposte, hanno cominciato a fare delle proposte a tutte. Erano.
– Che tipo di proposte?
– Erano interessanti, abbiamo accettato praticamente tutte, non ne era rimasta una che non volesse fare la – almeno che io sappia, ma è andata sicuramente così.
– Può spiegare meglio?
– Le groupie. Ci pagavano per fare le groupie. Non è che ci dessero soldi veri e propri ma avevamo tutti gli ingressi gratuiti e qualche consumazione; vestiti, a volte, per le trasmissioni speciali o nei concerti importanti con la televisione e tutto. Era una cosa seria, abbiamo fatto una specie di corso e poi un tirocinio. Alla fine decidevano se andavi bene oppure no.
– E lei? Come è andata?
– Bene, ho fatto due anni, mi hanno usata molto, ero bravina. Sono stata a tanti di quei concerti e programmi tv.
“Ma eravamo così tante. Ci preparavano in una palestra che mi sembrava enorme. C’era un istruttore diverso a seconda del gruppo o del cantante che andavamo a sentire. Per i Beatles c’era Mr. Dave, uno piccolo e rotondetto, con i capelli a spazzola. Aveva sempre una camicia bianca con i gemelli e i pantaloni a vita molto alta. Si muoveva tantissimo sopra la pedana, sudava molto ma non l’ho mai visto rimboccarsi le maniche. Mai una volta. Le teneva sigillate ai polsi con quei gemelli e in certi periodi dell’estate le assicuro che faceva davvero caldo lì dentro. Giravano delle voci che avesse le braccia deturpate o dei tatuaggi compromettenti ma non ho mai capito in che cosa avrebbero dovuto comprometterlo. Ogni tanto mostrava un piglio militaresco. Tuttavia era quasi sempre gentile anche se molto intransigente.
“Quando ci guardava e si fermava, si fermava tutto e noi sentivamo i nostri respiri, il sudore colarci addosso e la colpa di qualcosa. Il suo sguardo ci ricordava che avevamo profondamente colpa e per un breve istante tutta quella cosa pareva una macchinosa forma di punizione. Ma durava pochissimo e non so quante di noi lo potessero capire fino in fondo.
– Lei però aveva talento.
– Sì, deve essere stato per quello, forse è una cosa che sentivo solo io.
– E Stesi Valla.
– La prego.
– Mi scusi ma è molto difficile non ricordare.
– Per me è ancora molto difficile dimenticare.
– Come desidera. Torniamo a quelle esercitazioni, può raccontare come funzionavano?
– Ha detto bene, assomigliavano a delle esercitazioni o a schemi d’azione di un qualche sport di squadra. Provavamo sui brani che sarebbero stati eseguiti al concerto. Era tutto preparato fin nel minimo dettaglio: dalle posizioni – che seguivano una precisa geometria in funzione delle telecamere e della coreografia sul palco – ai movimenti singoli e d’insieme, alle urla e agli svenimenti, ai pianti. Tutto.
– Si può dire che anche il vostro era uno spettacolo.
– Assolutamente. C’erano delle volte che eravamo così affiatate, così brave, così pop che ci convincevamo di essere noi il vero spettacolo, che i gruppi venissero per vedere noi e invece di applaudire suonavano.
– È piuttosto paradossale non trova?
– In un certo senso sì.
– E si ricorda come faceva? Può rifarci qualcosa? Quello che le veniva meglio, una scena di allora.
– Oddio, sì. Così, con i pugni chiusi e vicini, davanti al petto, i pollici all’esterno, come tenendo maldestramente della sabbia che scivoli tra le dita. I gomiti uniti in basso, alla bocca dello stomaco. Lo sguardo supplichevole. Per lacrimare avevamo delle cose da mettere, delle specie di pomate da spalmare appena sopra gli zigomi.
– E poi?
– Poi si gridava.
– Può farci sentire?
– EEEEEEEEEEEEEAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAhhhhhh.
– Stupefacente.
– C’erano anche quelli, sì.

Suono in una boy band e ho già la gonorrea. L’ho contratta a Tucson quando suonavamo il nostro primo live. C’era una tipetta, lei mi disse sono infetta ma io non le credetti, cretino, cretinetti.
E contrassi, mentre il mondo licenziava. – E contrassi, mentre in tutto il mondo si ristrutturava. – Io contrassi, fottuta la tipetta, accidenti a Tucson, fottuto live. – Io contrassi questa merda.
Suono ancora in una boy band, ho quarantasette anni, non mi sono mosso, ci convivo fin d’allora con questa dannazione. Tutti questi boys che mi passano davanti, sani come pesci, che diventano squali appena girato l’angolo. Qualcuno è vero si fa pescare, qualcuno finisce in padella ma la scuola è quella dura, chi passa si fa squalo.
Io contrassi, non avevo ancora incominciato, io contrassi, senza aver apposto alcuna firma, io contrassi tutta questa merda.
Ma ora che ci penso, non avendo mai firmato, tu mi insegni, caro Faust, questa cosa vale un cazzo e allora cari boys voi che siete avanti, ed io che sono dietro ora me la spasso coi vostri culi lisci.
Sculetta, squaletto, sculetta che io ti sono dietro.

babbaaan’ (per dire vabbèeene alla maurizio costanzo)
postmoderno
vavanculo
ti giuro
te lo giuro
non ci posso credere
“detto questo”
bella (per dire ciao)
va tanto
trendy
accattivante
e ammennicoli vari
-concertazione
-subprime
-cool
-non starci più dentro
la parola -problematiche- usata al posto di -problemi-
politically correct
bipartisan
aperitivo ebbene sì, anche aperitivo non lo sopporto più
puccioso
(qualcosa di vagamente tenero, vagamente morbido e che ispiri una qualsiasi recessione mentale
sbrilluccicoso
(da intendersi alla stessa maniera di puccioso, però versione grand soirée)
glitterato/a
(grande soirée, oui)
che poisa va sans dir (si scrive così?)
assolutamentissimamente (fresco, fresco dalla tv)
o era assolutissimamente
e quelli che “amo la musica jazz” e alla tua richiesta di una minor vaghezza rispondono “michael bublé”? ma basta già “amo la musica Jazz”
amore per chiamare il proprio compagno/a
benvenuto nel club
Amò.
Tesò.
Cicci.
Pucci.
Fuffi.
Cippalippa.
Fefè
naturale regolarità
indi per cui
poi dopo ti spiego
non puoi capire
venghé
(che sarebbe wengè, ma così rende meglio) venghé è quel tipo di legno molto scuro e liscio liscio che viene usato da qualche tempo in qua per arredare e rivestire qualsiasi cosa: fa molto fashion e molto japanese-style.
Lounge
guasi.
concept store
and so on
io sono tanto buona e cara però…
bello il tuo blog
grazie per il commento
la domanda è:
le risposte in forma interrogativa?
sdoganare
aperitivare
palesare
è stato lanciato un forte segnale
dobbiamo
noi dobbiamo
last but not least
apericena
come tu mi spieghi
ti forwardo una mail
semplicemente
lato “b”
andare alle urne
ce la si fa per “ci se la fa”.
urina
Pannella
c’è grossa crisi
me, myself & I come categoria di post o di foto.
le fotine
a chilometro zero
by me
occorre + qualsiasi verbo all’infinito
e quant’altro
cabina di regia
“dove” usato al posto del relativo “che”
de sica che ce prova con una prof nello spot tim “con le prof ce parleno le madri” Sessista volgare e nun se pò sentì (sto passando a wind per protesta)
“‘namo” pronunciato da un nordico
“molto Audrey Hepburn”
performativo
futuribile
post prandiale
bingo
diversamente + aggettivo
nessuno nasce imparato
simpatico + sostantivo, ripetuto più volte in una frase, in un discorso.
Non siamo qua a pettinare le bambole
Cerchiobottista
panino-munito
cane-munito
– munito attaccato a una parola qualsiasi per dire che ci si porta appresso qualcosa.
sci-munito poi merita un rogo a parte ma questo è un fatto personale
bufera (nei titoli dei giornali: “è bufera su…” “Bufera nel…”)
mai più senza
suddetto
vabbuono?
Ti arrivi il mio ciao
le stelline al posto della parolaccia.

minc**a
ca**o
vaff***ulo
st**nzo
scotomizzare
flash mob,
diobono.
Burlesque
la tua insofferenza è in tempo reale
in tempo reale
killeraggio
faccialibro

Dentro quel cappotto di cammello c’era una donna nuda, aveva grandi baffi, grandi occhiali, un naso importante. Era una donna praticante, si sforzava di essere nuda, nonostante i baffi, nonostante tutto quel cammello. Era una donna praticante, si vedeva da seduta, da come teneva le gambe una sopra l’altra, si vedeva dalla schiena dritta, da come guardava e non guardava, da come teneva le mani a posto. Era importante, a cominciare dal naso, dai baffi, dagli occhiali, da tutta quella pelle nuda sotto il cammello. Era una donna praticante. Era una donna importante. Non badava a niente se non alle cose della chiesa, la sua, alle cose di donna, le sue. Da grande si chiamava Sue, ma da bambina, per tutti, era stata la piccola Baffy.