– Sai, pensavo al Molvokk, non credo che debba essere muto, non del tutto, almeno.
Pensavo piuttosto a qualcosa di più peculiare, di più speciale.
– Poliglotta?
– Un poliglotta muto. Ecco, un maledetto fottuto bastardo poliglotta muto.
– Molvokk.

– Sono arrivati gli arti
– Chi?
– Gli arti del Molvokk il guardiano muto, braccia e gambe.
– Bene. E gli Uni?
– Chi?
– Le sagome dei guerrieri di Mokr, da mettere sul fondale, gli Uni.
– Sì, sono arrivati gli Uni e gli arti.

Paro paro. Riporto quanto successe nel palazzo della produzione, la Reginald Production, durante la lavorazione di quello che tutti in seguito si sarebbero ricordati essere nient’altro che una Mezza Saga. Un flop, un insuccesso, un abominio per quanti vi credettero fino alla fine e quanti da mesi stavano aspettando l’uscita del più grande colossal che si fosse mai visto. Un’anomalia nel mondo del fantasy sarebbe già un ossimoro, un paradosso, un controsenso, come volete chiamarlo, una cazzata. Eppure un’anomalia come quella, un fiasco quello sì colossale a fronte dell’enormità di capitale investito, dei migliori sceneggiatori impiegati, dialoghisti, scenografi, costumisti, effettisti, specialisti, truccatori, cartonisti, coloristi, e poi gli attori, le controfigure, tutta la manovalanza di livello, la regia! la regia, tutta l’esperienza della vecchia guardia e tutta la spregiudicatezza delle nuove leve; ebbene tutto doveva portare a un capolavoro fuori scala che avrebbe divorato quanto prodotto fino a quel momento, cancellato un immaginario intero, la mappatura di terre, di mondi, di universi, di tempi, avrebbe disintegrato eroi, malvagi, amori, vendette, e dinastie, prosciugato mari di sangue, spianato montagne di cadaveri in armatura, spade e cavalli per dare alla luce un big bang prima del quale il tempo non sarebbe più esistito e le nuove stelle avrebbero illuminato un altro futuro. E noi lì ad assistere, meglio, a far parte di tutto.
Queste le aspettative. Ma, paro paro, andò che si trattò solo di un’anomala Mezza Saga.
Anche se in vero un big bang ci fu. Il palazzo della Reginald Production saltò per aria a un anno dalla prima della sua ultima. Fu un’esplosione particolare poiché oltre alle macerie fisiche, ai detriti di cemento, acciaio e vetri, e umani, lasciò degli incredibili frammenti di girato, di backstage, di dietro le quinte, parlati, spezzoni, in onda e fuori onda, dei fossili sonori e video sparsi, quasi del tutto dispersi, ma avvistati e quasi del tutto recuperati in uno spazio-tempo che i nostri tecnici perlustratori monitorano ventiquattrore su ventiquattro su ventiquattro, su ventiquattro… E che io con il mio staff, paro paro, abbiamo rimesso in una prima ipotesi di insieme.

Un giorno di metà settimana mi trovai a scegliere tra noci di cocco oppure invece wafer. Non ci impiegai più di un minuto, scelsi i wafer nonostante la distanza dello scaffale rispetto al banco della frutta, la frutta con il cocco. Lasciai le noci mi avviai verso i wafer quando all’angolo, incorniciata da una paretina di latte e panna vidi una donna una donna lattea, bianca di pelle e di vesti, i capelli avvolti in un foulard colore neve. Dava le spalle al latte, alla testata del blocco di scaffali, era ritta, piedi e gambe inguainate in stivali manco a dirlo bianchi, calze bianche una gonnella appena, appena panna, un trench che abbagliava tanto bianco era, le mani lungo i fianchi davano da fare alle dita immacolate come il viso, pareva costruissero una funzione galattica dalle variabili cosmiche, senza limiti di tempo. Mi avvicinai convincendomi e con una complicità rara le dissi lei sa perché sono spariti i cartoni tetraedri? E da quando precisamente?
È quello che sto calcolando. Mi rispose, spostò il petto di pochi centimetri e mi parve che tutta la scaffaliera avanzò con lei e insieme tutti i clienti alle prese con formaggi, prosciutti confezionati lungo un fianco e yogurt lungo l’altro, scartarono di lato di un nonnulla.

– E poi c’era questo maestro indiano, un Maestro Veda. Conosci?
– Ah, ha.
– Sì, insomma, uno di quei maestri filosofi indiani, hai capito. Ma non fu un granché. La sua filosofia era qualcosa di molto simile allo scaricabarile, non so se mi spiego.
– Stai parlando del Maestro Lei.
– Proprio lui, il Maestro Veda Lei.
– Sì, conosco.

Giochi ancora qualche volta con il tuo sgorbio
Lo chiamavi così, l’avevi battezzato il giorno in cui
Lo scartasti per primo dalla montagna di pacchi blu
Un peluche maròn con gli occhi nocciola
La salopette in jeans e gli scarponi
Gli occhiali a specchio che si inforcavano
Oppure no
Giochi con il tuo peluche e lo tiri contro il muro
Non si rompe più, ormai quello che è resistito
Non si rompe più
Gli occhiali sono spariti già da un pezzo
La salopette azzurra è lisa
Il maròn non convince più nessuno
Ma tu non pensi a quel ch’è diventato
A quello ch’era stato
Tiri il tuo sgorbio contro il muro
Ancora una volta passi il tempo
E non t’importa
Di quello che c’è dentro. Non ci pensi
Cosa vuoi che siano quindici anni
Cosa vuoi che siano quarant’anni
Cosa vuoi che sia il secolo scorso
Un millennio fa?
Cosa vuoi che sia domani.

Feci le mie cose peggiori in Svizzera. Cantai con accenti irriconoscibili, cucii a macchina durante una performance nel cantone francese, trasecolai in faccia a un funzionario, svenni pubblicamente in un prato e mi risentii a piedi, di notte, a un passo dalla dogana. Poi, finalmente, migrai.