Il vangelo di Giudo

Nel solstizio d’estate, questo si diceva essere quel giorno nonostante la neve ai fianchi del sentiero, giungemmo in fondo a un canalone tra rovi, felci, merde e Curaçao. Il bene e il male dovevano essersi appena scontrati. C’era un pollo dall’aria disfatta che colava rimmel, si fece largo tra di noi, spennato, zoppo, non provò nemmeno a giustificarsi, non aveva paura, l’aveva finita prima che arrivassimo noialtri che, per quanto spaventosi potessimo sembrare ci passò in mezzo. Mentre lo lasciavamo sfilare gli ultimi notarono qualcosa nella sua espressione che si avvicinava ad assomigliare a un sorriso.
Il maestro di Giudo fu l’ultimo a vederlo, il pollo sbattè contro i parastinchi del maestro alzò la testa grinzuta lo fissò, attese, infine scoppiò in una risata deflagrante che riecheggiò amplificata per tutto il canalone.
Cadde una pigna.
E poi un’Alfasud.
Il pollo stava sempre lì, immobile, ai piedi del maestro. Troppo immobile. Così secco cadde anche lui. Il maestro disse: “Questa che avete sentito era una risata ma non era LA risata.
Non vi confondete e trovate uno spiedo.”
Mentre cercavo qualcosa, in quel solstizio d’estate, non riuscii a far altro che sogghignare, tra neve, rovi, felci, merde e Curaçao.

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