Mamma, le tarantole ti hanno fatto sempre paura e pure tu mi davi le pappe buone. Senza un attimo di dubbio, mamma mi nutrivi con premura. Avevo cinque anni e tu eri la mamma più mamma di tutte le mamme che c’erano. Mi davi le pappe con il terrore per le tarantole. Mamma sapessi come’è dura saperlo ora, ora che non ci sei, ora che vivo solo, solo nel Queens a un passo dal museo di scienze naturali. Mi occupo di aracnidi guardo una sala anzi due, so tutto sugli aracnidi, su tutti quelli chiusi nelle teche ma mamma com’erano buone le tue pappe.

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Tutti i diversi sono uguali ma alcuni sono più diversi degli altri. Il che porta a dire ancora che alcuni diversi sono più uguali, appunto perché più diversi. Giannetto e io eravamo diversi anche tra di noi, per questo la nostra amicizia in quella breve stagione e mezza fu eccezionale.

– Hai dei dischi?
– No, io no. È rimasto qualcosa di mio padre.
– Ah. Ma non senti mai la musica?
– Qualche volta metto i dischi di mio padre ma non capita spesso, solo quando sono solo.
– E che cos’è?
– Musica hawaiana. Il resto li ha buttati via mia madre.
– Musica hawaiana? E che te ne fai?
– La ascolto. Si sente il mare. Poi guardo le copertine, sono belle. Si vede la spiaggia, frutti enormi. Ce n’è una con una donna in costume che sorride, ha i denti bianchissimi e suona la chitarra. Ha un fiore arancione tra i capelli. Mi piacciono le sue gambe.
Guardai la sua enciclopedia – o era più d’una? – pressata nella libreria che occupava quasi una parete. Sfilare uno di quei tomi doveva essere una faticaccia, un’impresa impossibile.
– Hawaii, eh?
– È come per te l’Inghilterra.
– Sarà dura qui in paese.
– E a scuola – disse ed estrasse dallo scaffale un volume, con la naturalezza di un predestinato, in pieno controluce, difeso dai suoi carri di ferro con quel ridicolo missile infantile, – qua c’è qualcosa che ci può servire per la nostra ricerca.
Eppure non potevo non vedere le ombre che si rannuvolavano e si disperdevano ma non sparivano nel poco cielo di quella cameretta, presenze nere più o meno diradate attorcigliarsi e sfumare in fantastiche volute, volute da altri, sopra Giannetto, addosso Giannetto, contro Giannetto. Ombre corvine. Potevo vederle eccome, diamine, ero un freak anch’io.

Michelangiolo aveva un grande appetito
Andava matto per le calzette arrotolate
Tutte quante le bambine di quei tempi
Portavano le calzette arrotolate
Gialle, bianche, rosa, lilla e blu
O yeah
Le bambine di quei tempi rotolavano
Rotolavano da diventare matti
E Michelangiolo ci cascò in pieno
In quell’estate calda calda spese tutti i suoi risparmi
Dietro a un paio di calzette, dietro a un paio di gambette
O yeah
Sulla riva del fosso si fermò
Insieme a un ramo un’idea si trascinava
Senza fronde, lenta lenta.
Pappa e ciccia, caramelle con la prima birra
Aveva finalmente un piano mostruoso

In mezzo a un pomeriggio trovò le sue calzette
Qualcuno rideva da lontano c’era chi correva
Chi teneva banco con le prime storie
Michelangiolo camminava piano, veniva da lontano
Trovò la sua bambina e se ne innamorò

Le offrì le caramelle ci provò con la sua birra
Aveva un grande appetito, aveva un piano mostruoso
Per quando avesse detto di no, era sicuro dicesse di no
Ma lei prese a rotolare, da diventare matti
E così andò a finire. Michelangiolo in una casa
O yeah
La bambina in una cassa
O yeah
Michelangiolo in una casa
O yeah
La bambina in una cassa

– Nell’infinito e nell’infinitesimo ci sono universi di infiniti e infinitesimi.
– Molto buona questa mostarda.
– È finita.

Il mio amico John sapeva tutto dei vulcani, quel pomeriggio avremmo dovuto preparare una ricerca sulla deriva dei continenti, ma lui sapeva già tutto, parlava di magma, di crosta terrestre, di nucleo, di temperature, di fiumi lavici e mentre mi ripeteva quel concerto di parole roventi, rocciose, aguzze e lapillanti, che conosceva a memoria, dentro il suo cranio succedeva qualcosa di terribile. Nella concentrazione le vene nere gli pulsavano e tutta la calotta era scossa da urti e implosioni, sembrava davvero che si spostasse.
– Stai sudando.
– Non fa niente.
– Apriamo la finestra?
– No, fa corrente, volano le cose e sbattono le porte. Mia madre si innervosisce.
Non capivo quali cose potessero volare. In quella stanza c’erano solo libri pesanti ben allineati sugli scaffali, minerali chiusi in una teca di vetro, modellini in ferro di vecchi, futuristici, fantastici cingolati già abbondantemente superati nel design dall’industria militare di allora, figuriamoci oggi. Notai che erano tutti rivolti verso la finestra tranne uno che puntava la porta. Erano tutti armati di un imbarazzante razzo antiaerea, forse l’unica cosa che rischiava di volare e che poteva innescare una guerra totale, senza soluzione per nessuno, in quella casa.
– Ho un pacchetto di sigarette – gli dissi.
– Che sigarette?
– Benson & Hedges. Sono inglesi
– E allora?
– Non ce le ha nessuno, fa figo, sembro un inglese figo. Sarà un po’ dura da far passare qui, a scuola, in paese ma mi stanno bene mi piace il pacchetto, mi piace sembrare inglese.

Oh, guardi, io ho un utero fatto così, dunque, allora: prima c’è tutto un raccordo che porta dove c’è lo snodo, che gira tutto intorno. Poi, all’ultimo, c’è il cavalcavia, tutto alberato, coi cordoli bassi a righe. D’estate c’è le viole. Poi si entra nell’utero, con la musica e tutto, con le luci rosa e cobalto. Si va dritti, e giù in fondo, dietro, dove si gira a destra e a sinistra – praticamente un bivio – lì così, dove c’è il crocicchio, quando non c’è traffico, giù lì mi arriva praticamente il perizoma. E mi s’inarca la schiena.

– Chico, addio.
– Zagor!
– Sì.
– Ma perché?
– Allawallagalla ha detto.
– Cosa?
– Lo stregone ha detto.
– Zagor!
– Peraltro, anche l’uomo della medicina ha detto.
– Ma cosa?
– Devo abbandonare i grassi. Addio Chico.
– … Zagor.