– Certamente, siamo qui per il motivo che dite voi tuttavia no, non siamo d’accordo sulla procedura. Per questo motivo abbiamo intenzione di porre una clausola sulla clavicola di fratello Jonathan. Fratello Jonathan non se ne deve avere, la clausola ha il solo scopo di mettere chiarezza e porre fine alle diatribe che per tanto tempo hanno distolto tutti quanti noi dalla M.i.s.s.i.o.n.e. E la clavicola è il ponte sul quale giuriamo per i prossimi millecinquecento anni. Poi si vedrà.
Fratello Jonathan.
– Mma col cazzo.

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Una donna demonio seduta sull’autobus di sera piange, si dispera, urla una lingua spaventosa. Fa tutto questo seduta. Accanto a sé la sua aura pericolosa è messa a riposo su dei sacchi misteriosi per il tempo di una telefonata. La donna armeggia, chiama, singhiozza, urla di farsi richiamare, e così succede. Nell’attesa della suoneria prega qualcosa, (prega?) si riveste lentamente dell’aura maledetta e dondola. Tra i denti una bolgia di lemmi dannati sbatte per uscire. Il telefono suona, la donna risponde, si rincuora, si danna ancora, piange, o finge, ma chi c’è all’altro capo? Io scendo dall’autobus nel freddo, passando per il freddo, ed esco nel buio della sera.

La fiaba di Jossy la lepre con tre zampe ma due orecchie velocissime.
 
Jossy la lepre correva sempre ridendo, lasciando tracce che confondevano i suoi predatori: lupi, volpi, o cacciatori che fossero. Nessuno, quando correva dietro a Jossy che, sebbene non fosse svelta come una lepre a quattro zampe ma aveva due orecchie velocissime, nessuno, dico, riusciva a starle dietro, tutti finivano per perdersi di fronte a quelle tracce sconclusionate, pasticciate, talmente confuse che appunto finivano per intontire e far deisistere i malvagi e famelici inseguitori. Ai lupi e alle volpi nemmeno l’olfatto era d’aiuto. Jossy, infatti, quando non correva, passava il tempo nel giardino delle nozze, un angolo di prato al riparo di una grossa quercia e una snella betulla, proprio dietro il labirinto di felci, là dove crescevano fiori profumati dai cento colori, dai petali grandi e vellutati come mantelli di principi, dagli steli dritti come colonne di regge o come gambi di bicchieri cristallini. In effetti quei meravigliosi fiori somigliavano a stupende coppe traboccanti vino pregiato o liquori dolci e inebrianti posati al banchetto di nozze di un re. Quel concerto di profumi così intenso teneva compagnia a Jossy per intere giornate. Per il leprotto, sdraiato, beato, nascosto dal muro di felci, con gli occhi ridenti al cielo scorto tra le foglie dei grandi alberi, era un bagno di essenze che il suo pelo soffice assorbiva e assorbiva.
Quando per Jossy era ora di imbrunire, lasciava il giardino delle nozze, sazio e forte, attraversava il labirinto di felci con disinvoltura, senza il minimo dubbio di quale fosse la strada giusta e con una melodia nelle orecchie, una melodia lenta per quanto le sue orecchie fossero così veloci. Davanti al prato tirava un grande respiro si guardava la zampa mancante, la sognava per un tratto e poi via, si tuffava in quella corsa sconnessa ma per lui così decisa e precisa. (continua)

Paul Niente
Detective – 17.
 
– Paul sei tu? Sei tornato? Sei in cucina? Hai aperto tu il frigo, è del frigo la luce accesa? Paul il latte è scaduto, ti avverto Paul, non fare niente col latte. Ma sei tu Paul? Sono i tuoi passi quelli che sento? Non sento bene, sembrano i tuoi passi quando porti le Clark. Ma ci sono le finestre aperte e arriva il rumore della città, le sirene, i clacson, i filobus, i tram, qualche elicottero, grida lontanissime, forse uno sparo, o due, o sei tu Paul? Stai sparando lì in corridoio? Paul che stai facendo? Mio dio Paul, non ti sento più adesso. Ma che succede Paul? Che succede, sei tu Paul, sei lì?
– Niente, niente.

Sono stato a tanto così, anzi c’ero dentro fino alle caviglie. Poi mi sono fermato, mi sono distratto, mi sono svagato. Ricomincio da capo ma ora non è come prima. Sapendo di sapere già mi tocca reinventare il mistero, il sentiero misterioso e crederci fino in fondo. Crederci, crederci e trovarmi di nuovo improvvisamente sprofondato. Ecco. E adesso, guai a chi telefona.

Sono stato a tanto così, anzi c’ero dentro fino alle caviglie, almeno. Poi mi sono fermato, mi sono distratto, mi sono svagato. Ricomincio da capo ma non è come prima. Sapendo già mi tocca reinventare il mistero, il sentiero misterioso e crederci fino in fondo. Crederci, crederci e trovarmi improvvisamente sprofondato. Ecco. E adesso, guai a chi telefona.