No, niente, sono minimalista, sono diventato minimalista per niente. Ero partito da un salone di bellezza col terrazzo, con dodici dipendenti, con la palestra di reading, tanti clienti. Un bel giro. Poi niente, mi sono chinato a raccogliere una fiala color ambra, mi sono rimesso dritto, mi sono girato – la fiala controluce – e noto che insieme alla fiala ho tirato su un capello, senza volerlo. E da lì son partite una serie di domande tutte insieme come: gli acari di dove sono? il mogano fino a che punto è nero? le lumache quanto hanno da dirci ma non sanno come farlo? ma non c’è un Marconi tra le lumache?
Quindi ho mollato tutto in pochissimo tempo. Ho lasciato il salone a Stewart, l’unico tra i dodici che avesse la testa sulle spalle e che fosse capace di mandare avanti la baracca. Stewart mostrava una particolare attenzione verso le digressioni a scena aperta, andava benone, era molto apprezzato tra gli uomini e tra le signore.
Io da allora, invece, mi dedico al minimalismo e mi incrino le costole sugli stipiti smaltati. Affermo tutto a metà, a ripetizione, ma sempre la stessa metà. Intercalo con “che poi” e lo faccio disinvolto in tutto il mio minimalismo, tra toast e sigarette, in movimento tra coincidenze prese al volo, le dita pericolosamente molto vicine al naso. Così niente, eccomi qua. C’è gente che mi segue, gente che va su di giri delle volte, ma li placo io, sono minimalista diamine, ho fatto una scelta, che poi.

A Sanvensàn si sta molto in silenzio, oppure si sussurrano dialetti misteriosi, francofoni, egèi, o sabaudismi molto avari di fonemi. Vanno tanto le spille tra le donne quasi tutte sopra i cinquant’anni. Queste signore si tengono bene, la cipria fa loro bene, si usa ancora qui, nelle sere di Sanvensàn.
C’è tanto profumo nei corridoi, negli stanzoni, financo nei gabinetti. Ma soprattutto nei disimpegni, nei raccordi tra le sale e le lunghe passatoie dispiegate in lungo e in largo per i condotti eleganti e luminosi, scortati da specchi talvolta striati, opachi, a tratti appena ondulati. A Sanvensàn non ci si specchia, è Sanvensàn che ti guarda. Ed è tutto rosa, ocra e verde. È un grande, acceso, tintinnante sogno di lastrico.

Avevo un cane belga. Si chiamava Elga. Era vegetariano, aveva la vista corta e starnutiva tutto l’anno. Mi costò una fortuna solo in fazzoletti. Non fece in tempo a invecchiare, a ricredersi sulla sua stupida dieta. A quattro anni litigò con Franco l’ortolano quando questi gli negò la verza in pieno inverno. Sarà stata la stagione, sarà stata la pressione, sarà stata la sorpresa quando non presi le difese sue e lo trascinai via; fatto sta che la salute peggiorò, nel giro di poche settimane tutte le cose peggiorarono. Finii i fazzoletti e lui prese a colare il muco sui braccioli del divano. Poi i cuscini, poi le scarpe, le cose per terra. Sempre più per terra. Finì i suoi ultimi sospiri sul tappeto. Lo ricordo bene, era un bel tappeto verde quello sul quale, tra il pianto e la bava, persi tutto il mio cane Elga.
A Sanvensàn.

C’è chi guarda al futuro, chi guarda al passato, chi si specchia nel presente.
C’è chi prova a vedere in tutte e tre le direzioni insieme. E, diavolo, ci riesce.
Ma poi scompare. Sparisce. Pluff. Più.
C’è chi, di questi leggendari, conserva tutte le figurine e di tanto in tanto se le guarda.

Non sono un attore, sono una trasmissione, neanche un trasmettitore o una sorgente, sono un flusso. Faccio parte di un flusso ma da dove comincia tutto? Dove finisce? E chi sta a guardare? Chi è il pubblico? La realtà è meno virtuale di quanto si pensi. Ci sono luoghi fisici attraverso i quali scorre un flusso fisico, trasmissioni fisiche, luoghi comuni fisici. Un utero a portata di mouse; un quarto uomo; una trasferta; una sconfitta.

Tu non dovevi venire qui di sabato
Eravamo d’accordo Luise
Dovevi stare lontana ancora per qualcosa come cinquanta ore
E ti presenti qui con quei collant
Per fare bella figura: il trucco, la lacca, il profumo.
Ma non dovevi venire, ne avevamo parlato.
Eravamo d’accordo.
E ora?
I tatuaggi sono delebili, Luise.
La vita è bassa, l’hai sempre sostenuto tu.
I tuoi collant parlano chiaro.
Siamo sempre alti uguali.
Noi.
E il cerfoglio?
Continui a confonderlo con l’origano.
Ma te l’ho detto mille volte.
Eravamo d’accordo Luise.
Perché non hai aspettato?
Perché non hai pazienza?
Perché vuoi vedere dove non devi vedere?
Tu confondi tutto, a che ti giova?
I tatuaggi sono delebili.
I diamanti grondano sangue, lontano.
I conigli sono morti trafitti.
Il pavimento è la patria dei parassiti.
Quante volte ci siamo cascati.
Uno sopra l’altra ti ricordi?
E ci rimane sempre tanto freddo.
Non sarà un sabato a scaldarci.
Luise torna a casa.