Pane e complotto
 
– Ci troviamo in un posto che so io, dietro la darsena. Ti dico tutto ma prima voglio un panino al prosciutto. Facciamo in un attimo. C’è un salumiere qui vicino che ha anche il pane. Intanto posso accennarti la cosa… attento alla bici. Si tratta di Nonna Papera. Dobbiamo farla fuori.
– Basta torte?
– Basta torte! E’ il tuo telefono che suona?
– Sì.
– E non rispondi?
– Più tardi.
– Come preferisci. Siamo arrivati, tu non vuoi niente?
– Vorrei avere il tuo stile. Vorrei essere come te. Mi piace come affronti le cose, il mambo in particolare.
– Mi fa un panino al prosciutto?
– Ma come fai? E come farai senza le torte di…
– Zitto! Non qui.

Cosa si nasconde dietro un uomo? Dentro un uomo? Qualcosa gli cresce dentro per i fatti suoi, lui non lo sa fino in fondo. Qualcuno non se lo immagina nemmeno. E qualcosa cresce, cambia, ingrossa, si rivolta, s’inceppa, decanta, si risveglia, si aggroviglia, rimonta, impazzisce, inacidisce, s’addormenta. E l’uomo si porta tutto questo dentro pensando per anni, per metà della sua vita, a Volterra e il resto a a Vicini, al dopo Bearzot. Ma è finito, quel tempo è finito, l’adolescenza è finita le vittorie son finite, il campionato è finito. Non c’è neanche più un tabellone, niente risultati, niente classifiche, niente gironi. C’è il ricordo di un accordo o due, massimo quattro. Ma i testi della canzoni non li scrive più nessuno e quella cosa che è cresciuta dentro è diventata finalmente tutto quell’uomo. Quella cosa ha passato una vita a tormentarsi solo per poter essere l’uomo e vedere tutto da vicino, da fuori. E Volterra? Volterra è una città come un’altra, piena di tombe, perché tanti nel frattempo sono morti.
E all’improvviso tocca a noi.

Vampuro & Semplice

– Signor Picabia buongiorno
– Buongiorno signor Vampuro. Sono pronti i suoi abiti, il suo e quello della signora.
– Molto bene. Oggi è proprio una magnifica giornata .
– Sicuro. Anche se la nostra via è sempre in ombra si capisce quando dietro l’angolo c’è il sole.
– Si capisce.
– Ecco qua. Che abiti, sempre una grande classe signor Vampuro e la signora Semplice, che eleganza. È un peccato che non si usino più, che le mode si mangino a vicenda.
– Ma poi ritornano.
– E si ricomincia da capo. Moda mangia moda, sempre così.
– No, non sempre è così.
– Certo lei e la signora potete dirlo.
– Grazie signor Picabia, arrivederci.
– Arrivederci.

Tu hai dei seri capezzoli. Tu non sai sorridere, figuriamoci ridere. Fai qualcosa con quei capezzoli.
Magari te la cavi con qualche impacco. Sarà questione di pressione, vedrai, sarà tutto un altro andare. Prova baby, prova. Prova a fare qualcosa per i tuoi capezzoli.

Rappresento le forze del male e non mi sento tanto bene. Non sono in forma quanto vorrei. Quando cavalco la bestia nera e guido le forze del male, facile mi salgono febbri. Per questo grido, violento a volte. Molto spesso non sono in forma quanto vorrei. Ed è sempre una disdetta.

Hanno falciato l’erba dei prati.
Torna papà, solo un saluto
Le spalle imperlate, la fronte
Le gambe di verde
I calzoni corti da bambino, da uomo
Da uomo come me
 
C’era il fango dopo la pioggia
Era bagnato dopo la canna
C’era profumo
Di colonia la sera
A casa, a casa
 
Soffritti, telefilm, amido, cotone,
Sugo, polpettone
Qualcosa era dentro il piatto
C’era qualcosa di sbagliato
Fortuna che l’ho visto
Fortuna che l’ho visto
Sono svelto, ho buoni occhi
Anche oggi
 
Torna papà, solo un saluto
Qualcuno ha falciato
L’erba del prato

Ammettiamo di essere finiti in una zona nuova. Non c’è nessuno dei nostri, ma lo stesso ci muoviamo a nostro agio, prendiamo un sacco di appunti, ci sono ballate così facili che ci chiediamo come abbiamo fatto a non arrivarci da soli. Ci sono soluzioni presentate come ovvietà, come pasticcini di frolla e crema. E frutta, frutta mai vista, è vero, ma niente ci toglie dalla testa di quanto semplice sia tutta quella roba.
Quando è tempo di tornare, poi, fa sempre molto freddo e niente è più come l’avevamo capito: con tutta quella semplicità, quella chiarezza, quella ovvietà. Il freddo ci mette molto del suo e non basta una stufa per ricomporre i pezzi.
Piano piano, con pazienza, cerchiamo un riff che assomigli ai nostri appunti che solo adesso ci rendiamo conto non abbiamo più con noi.

C’è una mamma. Non è più una mamma. È una carne di sangue lontana continenti che dimentica, che non sa, non sa più dove inizia e finisce il sole, dove stanno i ghiacci e dove secca la carovana di destini  tra le dune verso il mare.
Qualcuno finalmente muore. Qualcuno, malgrado tutto, nasce.
Qualcuno se la spassa.

 Ci sono stati dei pionieri che dovremmo ringraziare anche se non li abbiamo mai conosciuti. Non li abbiamo mai sentiti nominare. Qualcuno ci ha parlato di loro, abbiamo notizie di terza, quarta mano, confuse, immagini mosse, non consequenziali, ma dovremmo sapere bene, dovremmo saper ringraziare come si deve questi pionieri. Sono morti senza essersi forse resi conto di ciò che stavano vedendo per la prima volta per tutti noi. Occhi per tutti aperti alle cose nascoste, per volontà o per definitiva ignoranza. Sguardi bruciati da sorprendenti corpi; colori nauseanti; abbracci roventi sulle pelli innocenti, le pelli dei pionieri, piccoli bambini curiosi e talentuosi. E sono morti. E noi dovremmo dire grazie.
Siamo sopra un gradino ma per farne un altro qualcuno si dovrà bruciare? Continuerà così la scalata alla grande astronave che forse neanche ci vuole?
C’è un ragazzino che suona un’armonica, dove l’avrà pescata? Abita in un paese qualsiasi, potrebbe essere Voghera, potrebbe essere Birmingham, non lo ascolta nessuno. Questo almeno crede, eppure quelle note, quell’alito di talento finirà per aprire una porta che ancora nessuno sapeva esistesse. Guardate tutti, senza bruciarvi gli occhi, entrate tutti senza scottarvi. Potete farlo vi è permesso, sarebbe ora che faceste un giro. Pionieri sono morti, noi siamo su un gradino possiamo farne un altro non c’è bisogno di morire ogni volta e dimenticarsi. Ogni volta da capo.