Blu Vercelli
 
Caro Murphy, peccato che sei morto. Ho desiderato tanto saltarti alla gola e premere tutte e dieci le dita forte fino alla trachea, all’esofago, alle corde vocali, a tutto quello che passa per il collo; recidere i tendini, fare frolla di tutto e guardarti spegnere il sorriso, veder morire la beffa. E tu sei morto di leucemia a Vercelli, in un terzo piano tra le quattro e le cinque del mattino mentre si sfornavano pani e croissant. Non c’era nessuno con te, sei morto solo, andato in un alito amaro mentre il buon profumo di vita e di fresco usciva per le vie di Vercelli, entrava tiepido dalle finestre e addolciva gli ultimi sogni in una notte non nera ma blu.

– Sei in zona?
– Adesso sono fuori zona. Tichiamoappenarrivoinzona.
– Tra quanto sei?
– Il tempo di arrivare in zona.
– Bona, chiamamiappenarrivinzona.

Sono un elettroferrotranviere, con le dita smaltate e le labbra luride di Chanel. Tipo Chanel. Con tutto il fondotinta che mi do sembro una cubana ma sono di Cremona. Ho zigomi così che pare il fondotinta me lo dia con un ferro da stiro. Gli occhi cerchiati di nero, salvati per un pelo, sarebbero come annegati nel petrolio; è lo sguardo di un sopravissuto e insieme di un condannato.
Guardo gli uomini e li invidio, guardo le donne e invidio anche loro. I cani grossi mi fanno paura ma quelli piccoli li vorrei schiacciare.
Sono un elettroferrotranviere, è un lungo lavoro, lo faccio da tutta la vita e non vado oltre, non vedo altro.
Quando i turni me lo permettono mi copro di notte ed esco dipinto. Ma cosa vado cercando? Porto la maschera di un uomo aggredito lasciato ferito nel ridicolo di un senza coraggio. Non ho mai avuto un uomo, né una donna, un figlio. Ho un cane piccolo che insieme a me vigliacco sopravvive nel terrore.

Tu non sei autoctono, affascinante indigeno salmastro. Tu sei uscito da un cesso. Giri per strada fiero e distratto ma sei momentaneamente fuori da un cesso. Infatti vai di fretta, saluti ad alta voce all’improvviso; è un tiro al bersaglio, abbatti conoscenti e vai.
Ma ecco sopraggiunge una digressione, fai due conti, ti fidi dell’amico indigeno come te e ci scappa un vino, una brioche; nafta o cherosene. Finita la parentesi lasci aperto e scompari con mistero, perlopiù agli occhi dei foresti, ma c’è chi, come mamma, sa benissimo dove sei, come sei: nel cesso, pervaso di barba nera, di grasso, di geometrie ferite, di vecchio inchiostro sbilenco, a piedi nudi sulle piastrelle sdrucciole, armeggiando per sederti. Ancora con la fissa dei miti, da Zagor a Thor.

C’è una mesta rassegnazione tra i pochi bagnanti seduti lontani sulla spiaggia sotto un cielo incerto. Anche le coppie che litigano lo fanno sottovoce e con imprevista intimità: una rara occasione, un regalo di questo cielo con la coperta troppo corta.
Il mare è molto indaffarato ma calmo, come un bravo bricoleur che ha atteso la domenica per montare le zanzariere. E come assopiti dal ronzio del trapano o dagli isolati tocchi di martello o dagli scricchiolii del legno, i bagnanti oziano al modo dei bambini quando poco intorno e con sapienza i padri e le madri governano le case.

Barche a vela ormeggiate nel cuore della cala. Guardano a riva, sembrano in attesa, apparentemente immobili in un gran parcheggio d’acqua. In realtà brulicano di vite invisibili.

Faccio gospel, dalla mattina alla sera. Mi alzo, ondeggio e mmmh, mmmh, mi faccio un caffè. Poi ondeggio, mmmh, mmmh, mi faccio una doccia e mmmh, mmmh, faccio gospel. Fino in strada. Quando incontro un passante egli equivoca la mia indecisione e rimaniamo per un po' a cederci il passo, ora sulla destra, ora sulla sinistra. Mmmh, mmmh. Ma non è indecisione. Mmmh, mmmh è gospel.