Quando gli ottoni si mettono insieme e piangono quattro lunghe note; quando gli occhi guardano per la prima volta e per la prima volta vedono; quando i muscoli diventano acciaio e rintocca una campana; quando l’universo è tutto dentro te senza più mistero, allora citofona. Citofona forte, Malgàno.
 
1. Malgàno contro i giustizieri.
2. Malgàno contro le Tre Signore.
3. Malgàno nella terra di uranio.
4. Malgàno disarmato.
 
Non perdere i primi, disturbati, quattro numeri di Malgàno.
È iniziata la serie.
 
Il mondo è una merda.
Malgàno è una merda.
Il mondo è di Malgàno.

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– C’è ancora qualcosa di gotico nel tuo sguardo.
– Sono le cotenne di nonna. Quando penso alla zuppa che fa nonna, alla sua ricetta antica, non riesco a trattenermi. Ma si vede così tanto?
– Io lo noto, ho molta predisposizione per tutto ciò che è gotico.
– Michelle.
– Sì?
– C’è un alone.
– Sì?
– Un alone che cresce denso.
– Continua.
– Costellato di .
– Dì.
– Michelle io credo.
– Vai avanti.
– È pesto. Hai delle trenette sul vestito.
– Oh.

Ma porca puttana cosa credi, che mi diverta a tramare nell’ombra? Continuo a sbattere, sono pieno di lividi e non si vede un cazzo, non si vede un fottuto cazzo! Ma cosa vuoi che trami? Cosa vuoi che trami? Porca puttana.

Il vangelo di Giudo

Ci spostavamo lungo la valle di Susy da tanti giorni ormai. Le pareti delle due catene di monti ci cascavano sui fianchi, identiche tra loro, in una simmetria perfetta. Il sole tramontava dietro una delle due ma ogni mattino ci dimenticavamo quale fosse e dove fosse sorto l’astro caldo il mattino prima. Poiché era impossibile trovare un riferimento di cui essere sicuri, riprendevamo il cammino sempre con l’impressione di ritornare sui nostri passi. Questo appunto accadde anche quel giorno. L’incertezza raggiunse il culmine proprio a mezzogiorno quando le ombre sparirono sotto i nostri piedi e il sole rimase appeso sopra di noi abbastanza a lungo per dimenticare ancora una volta. Mentre l’orientamento si scioglieva nelle nostre menti e un mutismo idiota stava per sopraffarci, il Maestro di Giudo all’improvviso disse: “Maldera”. Ma non è che lo disse con un tono da conversazione, lo scaraventò con un grido spaventoso facendo vacillare gli uomini a lui più prossimi. Poi, con una calma severa, disse: “Seguiremo l’eco”. L’eco durò due giorni e in due giorni fummo fuori dalla valle. E lì, finalmente, si rise.

– Sono naufrago
– Ma sei in centro
– Sono naufrago
– Sei davanti a un megastore in pieno centro
– Naufrago e solo
– Ma sono tutti qui che vanno e vengono
– Un naufrago le cui grida d’aiuto naufragano mute. Sole
– Ma sono le sette di sera, le sette passate, ora d’aperitivo
– Solo
– Happy hours
– Nufrago
– È pieno di gnocche che non vedono l’ora di fare conoscenze, di conoscere, di conoscere pure te perché no?
– Sì ma io sono solo. Chiedo solo aiuto.
– No che non lo fai.
– Come no?
– Non lo fai.
– Sì
– No che non lo fai. Io vado
– Ma sto chiedendo aiuto
– Non è vero. Ti saluto.
– Lo vedi che sono naufrago? E solo? Solo! Sono solo! Sono.
– Mi scusi, permesso.

Ti amo tu, sei tu, io ti amo tu, così sei sempre stata tu e io ti amavo già prima che tu fossi tu, io amavo te. Perché? Perché tu sei tu nient’altro che te.
La luna, il fondale nero, il crinale, la rocca, il buio nell’anima se tu, mi accorgessi che tu non fossi proprio tu, allora dalle rocce cadon giù, dalla parete gocciolano sassoni come lacrime, come calcoli dai reni, come sangue dal naso, come muco. E dubito d’amarti. D’averti mai coperta.
Intendiamoci: tutto questo sempre se. Ma tu sei tu e io senz’altro amo tu.

– La mia poetica è simile alla bava di lumaca che lenta scivola nell’animo in questo mio scivolare lento in te fuori, dentro lento, senza troppe lumache, nel tuo non dirmi, non scivoli lentamente.
… Una cosa così.
– Ma tu non sei un poeta, sei una rottura di coglioni. Una lenta rottura di coglioni.
– Sì, una cosa così.

Il vangelo di Giudo

Si camminava sfilacciati sotto il sole di una stagione ostile. Il riverbero dell’umidità saliva dall’asfalto e ci appannava la strada, le menti, le forze. Procedevamo lungo la grande lingua grigia e bollente, affondando appena sulla superficie rugosa ma gommosa. Il Maestro di Giudo non era in testa alla colonna perché in effetti, giacché sfilacciata, la formazione non aveva l’aspetto di una colonna ma cangiava piuttosto a “W” o a “Nido di Poiana” o a “Muschio” o a “126” o a “Polvere di marmo” o a “Duck’n roll” che era una variante postmoderna del Galop. Su quella lingua grigia e bollente il Maestro, ovunque egli fosse, disse: “L’ammazzeremmo bene con la salsa verde”. Ma lo disse tra sé e sé ed io gli scorsi un sorriso. Ovunque egli fosse.