– Eravamo tutti maya, pure gli egizi erano maya, pure gli aztechi erano maya, pure Confucio, pure i greci, pure Gianni Brera era convinto che Milano fosse una città dalle fondamenta maya.
– E San Siro?
– Pure. Tutti maya. E lo siamo ancora, ed è pazzesco che nessuno se ne accorga, che se lo ricordi.
– Pazzesco.
– Quello che dico. Tutti maya, tutti.
– Pazzesco, pazzesco. Senti, ma tua cugina, mi dicevi, è vero che si è lasciata?

– Il male fa male e il bene fa bene. Ma non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro. Niente. Noi non c’entriamo niente. Non difendiamo niente. Non dobbiamo. Se sego un uomo longitudinalmente dall’inguine al petto gli faccio male. Se gli offro un’aranciata, per quanto amara ma fresca, gli faccio bene. Non c’è bisogno di sollevare le moltitudini, di riciclare l’umanità in nuove razze pazze, cancellando loro le memorie, facendo ricominciare tutto da capo con questa storia fottuta del bene e del male: il male fa male e il bene fa bene. Porca troia, non c’è molto altro da raccontare. Convinciti di questo e sarai un mago. In culo a Merlino. E alle tenebre di questo cazzo.
– Full.
– E affanculo!

– Tutti “dagli al mostro”, l’orda del popolo che sciama con le fiaccole, con le armi improvvisate, oggetti del popolo trasformati in mortali, terribili ferri. Tutti contro il mostro: ruggendo, latrando, lacerando lo spazio tra l’orda e il mostro, rincorrendo il mostro raggiungendo il mostro, e, finalmente, con la bava calda, prendendo, contendendo e lacerando il mostro.
Mai una volta che l’orda si scopra a dire: “Effettivamente”, ma subito dopo dire: “Tuttavia” e ancora: “Effettivamente purtuttavia”. Un’orda ragionata, misurata, che procede creando spazio invece di divorarlo bulimica, avida.
– E il mostro?
– Ma che si fotta il mostro! Ma che si fotta, ma chissenefotte del mostro ma fanculo al mostro.

Caro militare,
sei graduato.
Qualcuno l’ha fatto,
ci hai messo del tuo
e qualcuno t’ha graduato.
 
Sei mimetico
anche attorno un tavolo.
Sei verde, maculato, striato,
di sabbia.
 
Sei molto molto duro,
poroso agli schemi
chiari,
poroso ai comandi
precisi
 
E poi più niente:
aerei cargo, navi
elicotteri, carri,
camionette
caroselli
 
Il fronte è un punto sulla Terra.
Più fronti, più punti.
Caro militare,
congiungi i punti e vedrai
il profilo di tua madre
morta milioni di volte
e tu
coraggioso, travestito mai nato.

VAMPURO & SEMPLICE

– Vam?
– Sem?
– Cosa scrivi?
– Una canzone, una canzonetta.
– Come suona? Cosa dice?
– Parla di due aironi che viaggiano in senso contrario l’uno rispetto all’altro.
– Sì?
– Due aironi.
– Nient’altro?
– Quando si incrociano ciascuno si chiede se stia facendo la cosa giusta, se la direzione sia quella giusta, e da quel momento le certezze, le speranze dei due aironi si trasformano in dubbi e infinito, solitario volo nel vuoto.
– È molto triste.
– Aspetta: volano soli, volano, volano, continuano a volare ma quando stanno per cedere alle lacrime, alla disperazione, si incontrano di nuovo.
– Oh.
– Sì, e dopo essersi sorrisi, commossi di felicità, planano uno alle spalle dell’altro chilometri più in là e non sono più aironi.
– No?
– Sono uno di Viterbo e l’altro di Faenza.
– Vam?
– Sem?
– Hai un bellissimo vestito.
– Oh, grazie Sem, anche tu sei molto elegante.

VAMPURO & SEMPLICE
 
– Vam?
– Sem?
– Stai uscendo?
– Faccio un salto in tintoria.
– …Vam?
– Sem?
– Credo di stare morendo di sete.
– Ti porto qualcosa da bere?
– Qualcosa di secco, te ne sarei grata.
– Bene, a tra poco.
– Vam?
– Sem?
– Sei sempre tanto elegante.
– Ti ringrazio Sem. Anche tu sei molto elegante.
– Ti aspetto in piedi – sorrise Semplice.
– Davanti al sipario? – chiese Vampuro.
– Come sempre Vam.
– Come sempre Sem.
Vampuro lasciò Semplice per pochi minuti, la tintoria si trovava, infatti, accanto al portone del palazzo in cui abitavano. Otto piani più terrazzo che insieme alle file degli altri edifici secolari, sui due fronti della via, formavano un canyon urbano alla base del quale correvano pure due file di alberi. Tronchi grigi e chiome verde municipale, ancorati al marciapiede, aggiungevano ombra a ombra. La strada, in certe ore del mattino o del pomeriggio si punteggiava di riflessi, un gioco che facevano le finestre con i raggi del sole, ma perlopiù tutto in quella parte di città rimaneva incolore.
Nessuno dei coinquilini ricordava quando Vampuro e Semplice avessero occupato per la prima volta l’appartamento all’ultimo piano: ottavo con terrazza. Tutti immaginavano che fossero già lì ancora prima che il palazzo fosse finito di essere costruito. Si dice che i bambini li porti la cicogna. Vampuro e Semplice, invece, li aveva portati una gru, dicevano così nel palazzo.

– Per trasmettere la conoscenza usiamo il capitone.
– Sarebbe?
– È molto semplice: l’allievo si aggrappa al capitone, stringe forte e assimila la conoscenza.
– Wow!
– Forte eh? Non dovrei dirtelo ma funziona anche con le seppie.