Nessun rumore di passi, l’ascensore era ancora lì. Nessuno. Drizzò meglio l’orecchio e sentì i clacson per la strada, deboli e lontanissimi ma erano solo dietro quelle mura, davanti al Mizy Store, negli uffici del quale stava ora per mettere piede.
– Bob! – Non fece quasi in tempo a varcare la porta a vetri che la ragazza al bureau lo accolse vibrando eccitata. Gli occhi marroni, enormi, per quanto si sforzassero di essere maliziosi, gettavano uno sguardo torbido come il fango. La sua femminilità era riscattabile come l’ipoteca di un fallito, ma la sua stupidità per fortuna non le permetteva di rendersene conto, e così se ne stava lì, avvolta male nel suo completo blu, come un pacco mai ritirato, schizzando guano dagli occhi addosso a Bob Nor.
– Bob! – ripeté ma non sapendo cos’altro aggiungere di fronte alla serietà, alla statura, alla posa di Bob Nor, deglutì immobile e si fece rossa sotto complicati strati di creme per il viso, correttori, fondotinta, ciprie, fard.
Cherie…

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Bob Nor, invece, lasciata la Ford si infilò nell’ascensore e salì al piano degli uffici. Il tempo di darsi una scrollata, di buttare lo sguardo alla sua figura appena sfuocata riflessa sulla parete di acciaio della cabina, quando la porta si aprì dopo un sussulto, scorrendo di lato. Si ritrovò di fronte a un ingresso vetrato, si fermò e tese l’orecchio, guardò giù per le scale.

Torre che vesti sottana
Ti ergi sulle prime silenziosa
Nella cameretta
 
Al primo abbaglio azzurrino
Il rumore di show divampa
E prendi la posa ostile
 
Con il conto sommario delle calorie
Fantastichi un piano preciso
Stracci la veste mostri le mura
 
E bofonchi nell’aria
Di cose serissime
Come miti morti e viti
 
Un righello misura sé stesso
Una goccia di latte scade
Le voci di amici ti passano accanto
 
Solo un’intuizione ti salva
Per oggi ancora sei salva
Senza i tuoi dread domani affogheresti
 
Ascendendo le scale
Mobili eppure immobili
E tu neppure calva