Il signor Mirali stava cercando di dirmi qualcosa, ne ero sicuro, ma non mi azzardai a incalzarlo, aspettai in silenzio facendogli pena, se è questo che si era messo in testa potevo accontentarlo. Non immaginava cosa invece io vedevo in quel cetaceo arenato su una scrivania di un ufficio che, per quanto di sua proprietà, altro non era che un contenitore di alluminio e formica, cellulosa e inchiostro, silicio e rame, cenere e nicotina, tutto quanto abbandonato al proprio posto.
Erano tante le cose che mi evocava quell’essere ormai lontanamente affine a un umano che avrei potuto perfino piangere, ma avrebbe frainteso e dalla pena sarebbe passato al disprezzo cosa che non mi avrebbe fatto bene.
Mi aveva chiamato, infatti, per un incarico, questo lo avevo capito e non dovevo deluderlo. Faceva così talvolta, quando vedeva affacciarsi un’occasione particolare, un cliente speciale, la leva per entrare in nuove regioni, ampliare il mercato, se ne prendeva personalmente cura e affidava il lavoro a un prescelto istruendolo, fornendogli tutte le informazioni dirette e indirette, facendogli capire, sottintendendo e sottolineando, preparandolo all’incursione.
– Ma lei è sicuro? – mi disse e non me lo aspettavo.

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