Un silenzio più grande di questo, dicono lo si possa udire soltanto al cimitero dei violini. Un’immensa catasta di legno cavo e corde e pece e crini giace morta. Nemmeno il vento freddo e forte che arriva dritto da nord emette un sibilo: si infila tra le cavità, vortica, soffia, rotea, si avvolge tra le corde, le accarezza, e neanche una vibrazione. Non c’è niente di più morto, niente di più silenzioso, niente di più immobile di un cimitero di violini.

Nessuno porta fiori, quelli che si vedono sono titoli di coda che salgono da soli e arrivano sin qui, stanchi morti.

Un vecchio piano, un vecchio swing, un vecchio trucco di Hollywood. Un vecchio è morto.

Una donna sale le scale e ricorda di un secolo fa. Non è questione di speranza, non è questione di passato è solo un finale. Dietro la sua porta c’è un’aria familiare, una luce minore, rasi, legni, lacche, libri, specchi. E mogano.

Si sente ancora un piano. Ma è un vecchio trucco. Chi ci crede più?

La vecchia Ford Escort blu Madonna filava contromano nel vicolo a senso unico che tagliava l’immenso vialone a quattro corsie. Il corso era steso per qualche chilometro tra il centro, incastonato nella planimetria urbana, e una delle più grandi piazze della città, cui confluivano altre circonvallazioni e arterie a traffico denso. Ancora pochi secondi e Bob Nor sarebbe finito nelle correnti impetuose di quel fiume di ferro, lo schianto inevitabile. Pure essendo altissime le probabilità di un fine corsa tragico, esplosivo, con il massimo numero di frammenti di vetro, Bob Nor non pensava affatto a mollare e diede gas. L’accelerazione fece sbandare la macchina, le fiancate strisciarono contro i muri secolari scorticandosi, tracciando segmenti insolenti e blu. Sui sedili dietro un cartone aperto eruttava scaglie di polistirolo a ogni colpo, i lapilli di plastica espansa spogliavano nell’eccitazione della corsa una bottiglia magnum di Chateau Latour. Un’infinità di cicche di Pall Mall sparpagliate e vorticanti, davano l’idea che fosse esploso il portacenere, mentre uno smoking amaranto, appeso a un tozzo gancio sopra il finestrino posteriore aperto a metà, sventolava nell’abitacolo come un epilettico indolente. Un paio di scarpe di coccodrillo, come silenti predatori, si stavano divorando due calze corte, bianche, umide che si erano annidate sotto i sedili marroni lucidi. Da qualche parte a bordo della vecchia Ford – interni in plastica – doveva esserci un revolver, Bob Nor ne era sicuro, ci contava parecchio su quel revolver. C’era invece sicuramente una grossa catena sempre a portata di mano, ficcata nel portaoggetti della portiera. Bob Nor la usava per farsi largo tra i guidatori incerti, ingombranti, lenti, meritevoli di una punizione. Più di una volta negli ingorghi si apriva varchi frustando, o minacciando di farlo, le fiancate delle auto vicine; si sporgeva dal finestrino brandendo la pesante arma di ferro, urlando, maledicendo in una lingua incomprensibile ma spaventosa. Quasi sempre funzionava ma ogni tanto la catena serviva per i corpo a corpo, quando un duro scendeva per reagire.  

Brani strappati alla tv, a vecchi film americani, al linguaggio comune, ai luoghi comuni che, mescolati e distorti, riproducono un altro mondo, un’altra dimensione. L’assurdo trova una coerenza, ogni pezzo ritrova un proprio nuovo posto e non è prevista necessariamente una risata liberatoria, corale, grassa. Piuttosto è il sorriso familiare di un incubo che accarezza e piano piano intrappola e a cui si cede con un altro sorriso.

I dialoghi sono sospesi, sottratti alla loro storia, ai loro soggetti. Le immagini sono primissimi piani, particolari a volte nitidi e precisi a volte sfuocati nello sforzo di un ricordo dolce e insieme doloroso.

Dopo cinque anni mi sembra di venirne a capo. Sto anche riascoltando i New Trolls.