Tra il rosa salmone e il rosso vagina. Non so se riesco a farmi capire.

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E mentre la schiuma nasceva e moriva, il getto bollente arrossava la schiena, il capo chino, gli occhi serrati, mi aggredivo con il gel detergente molto innovativo e molto, molto blu. Ricordai allora di quanto fosse stato verde un tempo, quando mi lavavo nella vasca da bagno e c’era mio padre e c’era mia madre. E la schiuma non moriva mai. Quanti anni sono passati? Quanti anni avevo? Quanto tempo fa è stato?

Da lontano un Boogie woogie arrivò gongolante, si infilò nel mio sistema nervoso lo intossicò come nicotina e disinnescò quella filza di ragionamenti. Così, sereno, mi portai verso la porta del bagno, i piedi scortati dalla moquette, leggermente molleggiando e con gli occhi attaccati alla tv piatta, accesa, appesa al muro, era da là che, a basso volume, proveniva quella musica ridicola. C’erano tre tizi in bianco e nero che ci davano dentro con quella roba, un pianoforte preso a calci, una chitarra assurda, enorme, tenuta con impaccio come un pacco per cui occorresse una mano, ma senza alcun rispetto, e una tromba o chissà che razza di ottone, in cui soffiavano per farci uscire a forza un gatto intrappolato dentro. Quei tre vestivano uguali, un completo chiaro, cravatta scura stretta e dritta, i calzoni troppo corti scoprivano le caviglie. Era tutto piuttosto grigio e ogni tanto la vecchia, acquosa clip staccava su ragazze possedute dal demone delle fan, i loro volti tesi erano devastati dagli strilli, dalle lacrime e quando un gigantesco primo piano di una bruna urlò guardandomi in faccia mi sentii coinvolto nell’indecenza e decisi per lo shampoo. Con un certo imbarazzo pensai se e come un epilettico potesse mai diventare un maestro zen. Ma già mi stavo insaponando.

Così mi misi in viaggio per Cesena. La sera prima, nel mio appartamento, preparai per bene il lavoro, l’offerta, la controfferta, definendo con cura i dettagli, le varianti, con calma. Ripassai i nostri cataloghi, i punti di forza dei nostri prodotti, le descrizioni, le schede tecniche, le prestazioni, foto, particolari, disegni. Una superficie di carta patinata stampata a colori rivestiva il mio letto. Ho sempre associato il mondo dei sistemi di sicurezza, l’impiantistica, l’oggettistica, le telecamere, i monitor, gli stessi sensori, la videosorveglianza con il mondo della pornografia.
Ora tutte quelle brochure buttate tra le mie lenzuola parevano l’apparecchiatura di un depravato che si appresti a trascorrere ore liquide da solo o con chissà chi. A dire la verità avrei letto questa immagine negli occhi di chiunque altro a parte me fosse stato in quel momento presente. Da parte mia in verità non ci trovavo niente di eccitante. Al contrario di Alfonsìn. Deve essere stato forse proprio lui a condizionarmi, a indurmi a pensare che ci si potesse fare un’idea del genere con i sistemi di sicurezza. Ma proprio mentre stavo riuscendo a razionalizzare, a focalizzare, a tornare alla concentrazione, alla preparazione della mia trasferta, del mio lavoro, mi accorsi di essere completamente nudo e questo rischiava di farmi tornare a pensare, sennonché sentii lo scroscio della doccia e mi ricordai dello shampoo che mi ero ripromesso di fare la sera anziché la mattina.

Le origini di Stan

– Si immagini per esempio un Bob Nor. Ha sentito parlare di Bob Nor non è vero? Lei era sicuro di aver preso tutte le precauzioni, di avere fatto bene i conti con le organizzazioni criminali, credeva di poter prevedere le azioni tipo di bande tipo, di organizzazioni tipo, di cosche tipo, di famiglie tipo, di predatori tipo e poi salta fuori Bob Nor, decide di venire da lei, anzi non lo decide, improvvisa e si trova dentro casa sua. Lei che fa? Ha Bob Nor molto nervoso in sala che apre i cassetti del bureau e lei che fa?

 – Non lo so. Che faccio? Ma come ci è entrato in casa mia?

– Questo è il punto, quando si farà questa domanda sarà fin troppo tardi e potrà dire addio a tutto, dica pure addio a tutto e non sbaglierà, perché è impossibile sapere cosa Bob Nor si porterà via. Quindi saluti il salmone in frigo, l’ovatta nella toilette, De Chirico, il cane, tutti gli abbonamenti, occhiali da sole e le pochette, se ne ha.

– Ne ho.

– Vede?

– Ma allora?

– Matteo! … Matteo! Vieni fuori dall’acqua, Matteo dove sei?

Una giovane madre di quarant’anni in riva al mare, i pugni chiusi sul ventre, nella morsa un piccolo accappatoio azzurro, i piedi affondati nella melma del bagnasciuga, il busto piegato di poco in avanti come una brocca che tracima. Lacrime. Attorno l’alito dell’orrore, effluvi dagli abissi maligni, lordi di crema solare e l’aria salmastra annerita dalla nafta combusta.

Ancora giacevano corpi dimenticati da ore sotto il sole, esausti, disturbati dal tramonto imminente, dal fresco inopportuno, dalla noia che ora giocava pesante, dalle grida di una donna troppo forti, troppo vicine, sconosciute.

La madre continuava a sprofondare e la risacca a liberarle i piedi dalla sabbia. Un gioco che incantava il suo Matteo per tutto il tempo che gli serviva a farsi coraggio e incamminarsi tra le onde basse, arricciate, torbide. Così era il mare di Gabicce. Così era il mare per un centinaio di chilometri lungo tutta la riviera di levante. L’Adriatico.

Il freddo e la paura stavano gelando le ossa alla donna. Piccole punture di ghiaccio le tormentavano la pelle delle braccia, delle gambe. I capelli lunghi, tinti, acuminati, frustati dal vento le graffiavano il viso. Le lacrime si erano unite alla saliva che sgorgava dalla bocca divelta, pietrificata in un singhiozzo che non giungeva mai. Un filo di bava che colava dal mento le si appiccicò sul collo, – Matteo -, gorgogliò; sussurrò; pregò.

Il mare vuoto stava ricomponendo i flutti, riprendendo il ritmo dell’eternità, deglutendo le grida e i giochi d’acqua di una brutta giornata di prima estate.

– Signora.

Una voce d’uomo le arrivò da dietro.